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SCUOLA/ I nativi digitali? Dietro l’angolo, sono "mostri"

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Contempla la nozione di infinito potenziale: la mente umana va sempre oltre. Grazie alla sua capacità di sviluppare metafore e analogie, può costruire metafore nelle quali si «nasconde» il concetto di infinito, ma per dare sviluppo reale alla nozione di infinito occorre uscire dalla nostra mente singolare, aprirsi ai risultati della cultura. Interagendo per esempio con quel meraviglioso prodotto culturale che è la matematica, frutto di migliaia di anni di lavoro, possiamo «appropriarci» dell’infinito.

Esiste il rischio che uno strumento basato sulla sintassi logica contamini il nostro modo di intendere la semantica della nozione di infinito?

La storia ci insegna che gli esseri umani, per natura, passano sempre dalla sintassi alla semantica. È vero che noi per la maggior parte siamo legati all’uso di strumenti di pensiero meccanizzabili – quelli che lei ha definito col termine «sintassi». Però sono convinto che la creatività, alla fine, si imponga sempre. La cosa su cui vigilare è che interagendo con le macchine, non siamo noi a diventare più macchine, ma che siano le macchine a diventare più «umane». Pensiamo al fenomeno Apple: la genialità di Jobs è stata quella di portare l’estetica nella fruizione di oggetti informatici. È la prova che il solo meccanismo non ci basta.

La tecnologia lascia soli?

Rischia di chiudere nella solitudine il ragazzo timido, con problemi relazionali, che si sente a disagio con gli altri e ha l’illusione di poter contattare tante persone solo perché chatta con degli sconosciuti trovati in rete. Però il dissidente di un paese totalitario che riesce a mettersi in contatto con persone che lo sostengono, non è più solo.

Il global network mette a disposizione una gran quantità di informazioni in tempi rapidissimi. Il rapporto tra maestro e allievo potrebbe «svuotarsi»?

Il rischio è reale. Oggi io posso collegarmi in rete e assistere alle lezioni dei migliori professori di Harvard. Ma se riducessimo tutta la conoscenza a questo, ad una specie di grande campus elettronico, faremmo qualcosa di profondamente sbagliato. Essere docenti, essere allievi, implica una dimensione personale, viva, simpatetica, emotiva: se togliamo questa relazione, togliamo tutto.



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COMMENTI
13/01/2012 - Stereotipi e Blateramenti Mediatici (Antonio Servadio)

Ecco qua uno dei rari articoli meaningful sul tema. Solitamente traboccano di sciocchezze e stereotipi fritti e rifritti, purtroppo presi come oro colato dai tecno-decrepiti. "Nativi Digitali"?! Il reciproco di genitori Tecnologicamente Analfabeti (potremmo chiamarli... ana-logici). Fortunatamente non tutti i vetero sono tecno-lesi. Lo stereotipo più ridicolo e più diffuso è che oggi i fanciulli siano "esperti" di tecnologia e di informatica. Io vedo una gran quantità di fanciulli esperti solo di videogiochi (più o meno insulsi e pure brutti). I più curiosi e svegli si industriano a sviluppare qualche abilità addizionale. In netta minoranza, alquanto rari, quei ragazzetti che apprendono autonomamente a gestire qualche strumento informatico di base. Decisamente rari i genietti. Agli occhi dell'adulto tecno-privo tutti appaiono ugualmente dotati di magici poteri o sopraffine menti. Mi sovviene di quei neo-patentati (specialmente qualche decennio fa, quando ottenere la patente corrispondeva ad un livello di istruzione decisamente scarso) che circolavano per anni come mine vaganti, pericolosi per sè e per gli altri. Abili? Si - nel percorrere strade consuete, in condizioni meteo ottimali, se ben riposati e con traffico molto scorrevole...

 
13/01/2012 - I docenti - pesci fuor d'acqua (enrico maranzana)

Quando si afferma che il “Pc è lo strumento” dotato di una propria sintassi si rinforza l’esortazione di “praticare i metodi propri dei diversi ambiti disciplinari” [regolamenti di riordino 2010] che avrebbe dovuto incidere sulla didattica. Le nuove tecnologie dell’informazione hanno imperativamente affermato che la conoscenza non si esaurisce nel solo aspetto informativo: la regole di produzione degli argomenti disciplinari sono centrali e possiedono pari dignità. Chi è rimasto al palo “e parla ad una platea che fisicamente lo ascolta” non solo non trasmette una corretta immagine della disciplina che insegna ma dimentica il mondo in cui i giovani sono immersi. Chi si tuffa in un gioco di simulazione di una battaglia ne esce con una chiara, strutturata e precisa visione dei problemi strategici e tattici che l’hanno caratterizzata. Pertanto la conclusione “Essere docenti, essere allievi, implica una dimensione personale, viva, simpatetica, emotiva” non risolve il problema posto: l’ambiente virtuale in cui i giovani vivono fornisce occasioni coinvolgenti che richiedono la loro partecipazione, che li fa sentirsi protagonisti. Questa la situazione con cui deve misurarsi il sistema scuola.