Educazione
mercoledì 25 gennaio 2012
Nessuna riforma della scuola secondaria, a ben guardare, è mai stata introdotta da un’analisi approfondita degli studenti, della loro condizione e dei loro bisogni. Né è stato mai fatto un esame accurato delle due difficili fasi di transizione: dal primo ciclo al secondo e dal secondo agli sbocchi successivi.
Al centro ci sono sempre gli eterni “personaggi” della nostra vita scolastica: i Programmi, oggi Linee guida o Indicazioni, gli Orari, gli Organici, le Cattedre. E non ci si rende conto che il rapporto con i giovani che studiano (oggi tutti obbligati) è la questione fondamentale, non solo per la drammatica situazione italiana dei drop out e dei neet.
Irresponsabili e turbolenti, ignoranti e fannulloni, vestiti in modo improbabile, dipendenti dai cellulari, dagli iPod, dai social network, difesi dai genitori in tutte le peggiori circostanze, assenteisti e maleducati. Queste sono le descrizioni disperanti che si rincorrono nelle sale insegnanti, con accentuazione dei toni negli istituti tecnici e professionali.
Eppure il problema non è proprio nato oggi, se più di cinquant’anni fa Guido Calogero, intellettuale di un’epoca in cui anche i filosofi si impegnavano a discutere di scuola, si accorgeva che tra noi e i nostri allievi c’era qualcosa che non andava: “Anche i laici più inveterati, in Italia, credono al peccato originale. Il ragazzo è originariamente sbagliato, storto e deve essere fatto soffrire durante tutta la fanciullezza e l’adolescenza, per diventare adulto. (...) Ci hanno insegnato che solo attraverso la sofferenza si educa lo spirito; e quindi bisogna accettare che la scuola sia un fatto eminentemente spiacevole tanto per gli insegnanti quanto per gli scolari” (1953).
Provocazioni a cui nessuno ha dato ascolto, al punto che oggi il problema della “convivenza” a scuola con gli studenti sembra diventato insolubile. È fonte di sordi conflitti, di un diffuso disagio tra gli insegnanti e di una sofferenza che si traduce spesso in una difesa acritica della propria funzione, quando non sfocia in una struggente nostalgia per una Paese, una scuola, che non c’è più e forse non c’è mai stata.
Questa posizione di difesa tende ad obnubilare la consapevolezza di alcuni processi irreversibili avvenuti negli ultimi quarant’anni, che occorre invece comprendere appieno. Se ne indicano sommariamente quattro.
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