Educazione
mercoledì 25 gennaio 2012
L’intervento di Mariapia Veladiano su Repubblica del 18 gennaio e quello successivo di Marco Lepore su queste pagine hanno riacceso il periodico dibattito intorno al contributo economico delle famiglie alle spese della scuola. Sarebbe utile, per una riflessione che voglia servire al miglioramento del sistema scolastico, evitare di scadere nel qualunquismo - non è vero infatti che “la scuola pubblica la pagano in grandissima parte le famiglie” - o utilizzare il tema della scuola come clava nell’agone politico.
Parlando di rapporto tra spesa pubblica e spesa privata, è bene guardare innanzitutto i dati (Fonte Education at Glance 2011, riferita ai dati 2008), e chiarire che se è vero che in Italia la percentuale di spesa per l’istruzione sul Pil (4,8%) è inferiore al totale Ocse (6,1%), questo dato si riferisce non alla spesa pubblica, bensì alla spesa complessiva, comprensiva di quanto pagano i privati (tasse scolastiche, contributi delle famiglie, ma anche sponsorizzazioni). Se scorporiamo il finanziamento privato, che in Italia vale lo 0,3% del Pil, la spesa italiana (4,5% del Pil) è sostanzialmente pari a quella complessiva Ocse (4,7%) e superiore a quella della Germania (4,1%).
La differenza quindi è molto legata al contributo privato all’istruzione: mentre la media Ocse vede le risorse private coprire il 16,5% della spesa complessiva, in Italia si arriva all’8,6%, una quota molto inferiore, anche se in aumento dal 5,7% del 2000. Se poi osserviamo il solo segmento dell’istruzione primaria e secondaria il contributo delle famiglie scende al 2,9% della spesa complessiva.
Sebbene l’Italia non sia in una situazione così drammatica tale per cui “senza il contributo delle famiglie nella scuola non si farebbe quasi nulla”, è tuttavia quanto mai necessario che vi sia una maggior sicurezza, trasparenza e garanzia di tempi e quantità di risorse su cui le scuole possono contare. L’esperienza passata dei ritardi nell’assegnazione alle scuole dei fondi per il funzionamento, la poca chiarezza delle risorse disponibili per le supplenze e per gli esami finali, hanno creato situazioni al limite dell’insolvenza, e come sempre a farne le spese sono state per prime le parti più deboli, come sono i supplenti temporanei.
E’ in tale situazione di bisogno che le scuole hanno iniziato ad effettuare forzature sui contributi delle famiglie, da un lato cercando di trasformare in “dovuti” contributi la cui natura non può che essere invece volontaria, e dall’altro distraendo i contributi volontari dei genitori dalle finalità per cui sono richiesti, utilizzandoli per le spese di funzionamento ordinario della scuola.
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