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ESAME DI STATO 2012/ Versione di greco, 20 secoli in 4 ore? Si può fare

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È molto utile anche riprendere spesso, mentre si analizza, la parte di testo già analizzata, rileggerla, ascoltarla: è una verifica, strada facendo, della coerenza della nostra interpretazione.

Quando ogni parola del passo (non bisogna cedere alla tentazione, frequente negli studenti, di eliminare la parole di cui non si vede l’utilità: il greco pullula di particelle, monosillabi, preziose per la comprensione, spesso – forse perché così piccole? – trascurate) sembra avere una sua collocazione logica, o per lo meno oscilla in una ambiguità circoscritta (ma solo allora), si aprirà il vocabolario (non sarà troppo se, in sede d’esame, quando si hanno a disposizione quattro ore, tutta la prima ora trascorrerà in una analisi puntuale).

Anche nell’uso del vocabolario ricordiamoci che esso è solo uno strumento, a cui non è possibile delegare la comprensione del passo. Lo strumento va interrogato: devo avere già un’ipotesi di significato, perché il vocabolario “risponde” solo se sono poste delle domande: non incontro nulla se non mi aspetto nulla. Nello stesso tempo occorrono duttilità e disponibilità a riformulare la propria ipotesi se la risposta del vocabolario non è secondo le aspettative.

Vorrei fare un’ultima osservazione, più importante di quanto probabilmente non sembri. Le prove di greco di questi ultimi anni (2010: dall’Apologia di Socrate di Platone; 2008: da Come si deve scrivere la storia di Luciano; 2006 dal De tranquillitate animi di Plutarco) hanno presentato testi il cui argomento almeno in qualche punto era da supporre noto a uno studente dell’ultimo anno del liceo classico: per fare solo un esempio, il candidato del 2006, trovandosi alle prese con Socrate, Anito e Meleto (gli accusatori di Socrate), riconoscendo nel testo di Plutarco il riferimento a un passo dell’Apologia di Platone ha sicuramente tradotto con maggiore sicurezza e con maggiore precisione di quanto avrebbe potuto fare alle prese con personaggi ignoti. Se però, mentre traduce, lo studente è tutto assorbito dalla “tecnica”, senza lasciare spazio in sé al contenuto che via via dovrebbe scoprire, la possibilità di comprensione va riducendosi.

Ancora una volta si verifica dunque che la traduzione è tanto più adeguata quanto più chi traduce è interessato a ciò che sta facendo, è curioso della realtà a tutto campo, della civiltà che ha accostato durante i suoi studi.

Perciò, come un’adeguata preparazione alla seconda prova non può essere disgiunta dallo studio quotidiano vissuto con interesse, così dobbiamo lasciare aperta almeno la possibilità che anche quella giornata di giugno in cui saremo alle prese con un autore di 18 o di 24 secoli fa possa essere un momento di scoperta e di crescita.

 

(Elisabetta Cassani, Liceo classico G. Berchet, Milano)

 



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