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SCUOLA/ I tre "virus" che condannano ogni tentativo di riforma

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La percezione della responsabilità sociale come parte della responsabilità professionale si è così persa, contribuendo a rinchiudere l’insegnante, in particolare quello motivato, in una gabbia in cui i contenuti (non a caso chiamati ormai discipline anche nella scuola dell’infanzia) e il rapporto con il compito specifico (didattica) appaiono in primo luogo come limiti da cui non si può, anzi non si deve, uscire e non come “luoghi” di possibili percorsi, “razionalmente” aperti a ciò che scuola non è (e non deve essere), e per questo continuamente motivanti un interesse aperto prima nell’insegnante e, di conseguenza, nell’allievo.

Questa prospettiva che incornicia la professionalità della stragrande maggioranza del corpo docente, ha come esito primo, nei fatti se non nelle intenzioni, la decontestualizzazione dei contenuti proposti rispetto alle esperienze non scolastiche e quindi la possibile (probabile) demotivazione dei soggetti. Per altro forte è l’attenzione al tema educativo, tanto presente nella scuola di oggi, che viene ricondotto alla dimensione relazionale e si pone così come distinto, quando non in contrasto, con l’apprendimento, obiettivo specifico dell’insegnamento. Anche per questo il richiamo insistito alla centralità della persona che caratterizza questi decenni appare per molti aspetti confinato in una dimensione puramente emotiva.

2. Un secondo motivo può essere ricondotto al permanere di una concezione della scuola come ambito, di fatto anche quando non in via di principio, privilegiato quando esclusivo, per l’educazione delle giovani generazioni. Secondo quanto affermato alla fine degli anni novanta dalla proposta di riforma Berlinguer la scuola ha il compito di educare “...fino al 18simo anno”, e per questo tutta l’istruzione pubblicamente significativa deve essere organizzata secondo un modello unitario e coerente (ricordiamo l’enfasi sulla continuità educativa verticale?), in grado di assumersi la responsabilità di condurre le giovani generazioni alla maggiore età attraverso un percorso in grado di garantire “l’uguaglianza delle opportunità”. Questo obiettivo trova il suo riferimento “forte” nel tentativo di riportare tutte le forme di istruzione “pubblica” (anche superiore) ad un unico modello organizzativo e manifesta il significato reale del decreto che istituisce la scuola paritaria senza per altro mettere in discussione la norma del 1942, a tutt’oggi in vigore, per cui “scuola può essere chiamata solo quella istituita dallo Stato”.

3. Una terza ragione può essere individuata nella rinuncia (spesso addirittura un rifiuto esplicito) della scuola a riconoscere partnership possibili nei differenti soggetti sociali (dalle famiglie alle imprese) con cui pure è spesso costretta ad incontrarsi. L’idea di contrarre “alleanze” stabili in vista di un più efficace raggiungimento degli obiettivi che caratterizzano il sistema formativo pubblico non appare o, se appare, viene giudicata almeno potenzialmente “corruttrice” della mission originale della scuola. Per questo, quando pure siano riconosciuti come indispensabili (e questo avviene in prevalenza nei rapporti con le famiglie e nei primi 10 anni della frequenza scolastica), i rapporti che si instaurano non appartengono tanto alla categorie della “alleanza” quanto, nella migliore delle ipotesi, a quella della “partecipazione” o della “collaborazione”. Il più delle volte però essi hanno origine dall’emergere di problemi, di profitto o di condotta, e si chiudono a volte con la soluzione del problema o, più spesso, con l’abbandono della ricerca di una soluzione. 



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COMMENTI
28/01/2012 - L'età my people go! (pino mulone)

Non se ne esce. Si può discutere all'infinito su come riformare la scuola dello stato. Bisogna che la scuola torni dove e' nata: alla società. Tappe intermedie: abolizione del valore legale del titolo di studio. (anni fa in seguito a questa mia affermazione uno studioso di cose di scuola è saltato sulla sedia.. Ma adesso se ne parla...). Liberalizzazione dell'apprendistato (si può obbligare un ragazzo di 15-16anni ad imparare?).

 
27/01/2012 - una puntualizzazione (Max Bruschi)

... in attesa di rispondere più ampiamente e compiutamente... "unificazione del profilo formativo almeno fino al diciottesimo anno di età" mi sembra proprio di no, almeno per quanto riguarda la riforma Gelmini: i percorsi della secondaria di secondo grado, infatti, sono stati differenziati, tanto come ordinamenti didattici, quanto come indicazioni nazionali. All'insegna della libertà di scelta.

 
27/01/2012 - Il virus è uno solo: la confusione (enrico maranzana)

“Le questioni poste sono direttamente riconducibili alla concezione di *libertà di educazione*” che, per la vastità del suo significato, le rende irrisolvibili. E’ essenziale che chi opera nella scuola abbia una terminologia condivisa, è necessario che la legge sia rispettata, soprattutto come strumento di definizione dei significati. Si prenda ad esempio l’art. 2 della legge Moratti che attribuisce alla scuola due responsabilità: la prima riguarda la progettazione dei processi di apprendimento, l’altra la formazione spirituale e morale. L’educazione attiene al primo mandato e riguarda la promozione e il potenziamento delle capacità dei giovani: si riferisce al campo del razionale! E’ proprio l’indeterminatezza terminologica che ha sterilizzato la “programmazione dell’azione educativa”, che ha impedito di superare l’individualismo imperante, che ha tollerato e tollera che le università, che non hanno alcuna esperienza in materia, traccino le linee guida, che ha incatenato l’autonomia delle scuole, snaturandola.