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SCUOLA/ I tre "virus" che condannano ogni tentativo di riforma

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Foto: Imagoeconomica  Foto: Imagoeconomica

I tre punti sommariamente richiamati riguardano tutti il rapporto della scuola, come sistema e come situazione esistenziale, con il contesto al cui interno si colloca e per questo toccano direttamente il ruolo di “intermediazione obbligatoria” svolto dall’amministrazione tra i bisogni e le domande cui la scuola intende rispondere e le risposte date. Per questo sono direttamente riconducibili alle questioni poste da quella concezione di “libertà di educazione”, a lungo proposta da intellettuali e operatori, cattolici e laici (per tutti Sturzo ed Einaudi) ed oggi considerata obsoleta, superata dallo sviluppo della società e per questo legittimamente dimenticata.

Per almeno due generazioni il sistema formativo è stato pensato essenzialmente come “esecutore” di scelte politiche, di cui condizioni e modalità didattiche sono lo strumento e la dimensione educativa il contesto necessario. Questa scelta ha determinato la saldatura completa del legame tra sistema formativo e amministrazione che da sempre caratterizza il nostro sistema formativo e il peso effettivo è cresciuto esponenzialmente a seguito della crescita degli spazi (e dei poteri) assegnati dalla nostra organizzazione sociale alla dimensione burocratica-amministrativa. I tentativi fatti di recuperare alcune delle esigenze presenti nella concezione classica della “libertà di educazione” - tra cui particolarmente significativi sono la proposta fatta da Piero Calamandrei in occasione del dibattito sul testo della Costituzione (la scuola pubblica deve essere sì “dello Stato” ma non del “governo”, assumendo un ordine analogo a quello che caratterizza la magistratura) e i tentativi, rapidamente esauriti nella loro carica innovativa, di inserire nel sistema le categorie della partecipazione e della sperimentazione.

La scelta di riproporre la “libertà di insegnamento” secondo il suo più ampio (e logico) significato come prospettiva (e criterio regolatore) in cui inserire i diversi interventi di cui il nostro sistema scolastico-formativo ha necessità, trova un solido fondamento nella nostra Carta costituzionale, a partire dagli artt. 2 (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità”), 30 (“è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli”), 33 (“La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione... Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione...).

Questi tre riferimenti, fino ad oggi lasciati ai margini della riflessione, nel loro insieme delineano un quadro coerente del nostro sistema formativo a partire dal quale è possibile individuare una linea di cambiamento che non costituisca, ancora una volta, un ulteriore momento di disgregazione del sistema. Non ci possiamo certamente aspettare di imboccare un percorso lineare e sarebbe del tutto astratto immaginare che possa essere seguito da tutto il sistema alla stessa velocità. Il cambiamento, che troverà la sua legittimazione e il suo fondamento in una nuova, più completa e consapevole, assunzione di responsabilità dovrà porsi tre insostituibili punti di riferimento: il maturare di una più ampia concezione della professionalità degli insegnanti; il perseguimento di un’autonomia non solo funzionale che i fatti hanno mostrato assolutamente insufficiente; la disponibilità dei soggetti sociali a stabilire rapporti con il sistema formativo non solo in qualità di stakeholders ma anche (soprattutto) come disponibilità a condividerne le responsabilità sociali. Tre appuntamenti quindi per tre differenti interlocutori: operatori scolastici, responsabili politici, soggetti sociali.



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COMMENTI
28/01/2012 - L'età my people go! (pino mulone)

Non se ne esce. Si può discutere all'infinito su come riformare la scuola dello stato. Bisogna che la scuola torni dove e' nata: alla società. Tappe intermedie: abolizione del valore legale del titolo di studio. (anni fa in seguito a questa mia affermazione uno studioso di cose di scuola è saltato sulla sedia.. Ma adesso se ne parla...). Liberalizzazione dell'apprendistato (si può obbligare un ragazzo di 15-16anni ad imparare?).

 
27/01/2012 - una puntualizzazione (Max Bruschi)

... in attesa di rispondere più ampiamente e compiutamente... "unificazione del profilo formativo almeno fino al diciottesimo anno di età" mi sembra proprio di no, almeno per quanto riguarda la riforma Gelmini: i percorsi della secondaria di secondo grado, infatti, sono stati differenziati, tanto come ordinamenti didattici, quanto come indicazioni nazionali. All'insegna della libertà di scelta.

 
27/01/2012 - Il virus è uno solo: la confusione (enrico maranzana)

“Le questioni poste sono direttamente riconducibili alla concezione di *libertà di educazione*” che, per la vastità del suo significato, le rende irrisolvibili. E’ essenziale che chi opera nella scuola abbia una terminologia condivisa, è necessario che la legge sia rispettata, soprattutto come strumento di definizione dei significati. Si prenda ad esempio l’art. 2 della legge Moratti che attribuisce alla scuola due responsabilità: la prima riguarda la progettazione dei processi di apprendimento, l’altra la formazione spirituale e morale. L’educazione attiene al primo mandato e riguarda la promozione e il potenziamento delle capacità dei giovani: si riferisce al campo del razionale! E’ proprio l’indeterminatezza terminologica che ha sterilizzato la “programmazione dell’azione educativa”, che ha impedito di superare l’individualismo imperante, che ha tollerato e tollera che le università, che non hanno alcuna esperienza in materia, traccino le linee guida, che ha incatenato l’autonomia delle scuole, snaturandola.