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EDUCAZIONE/ Scacco in 4 mosse alla "cattiva" scuola che ha separato il bene e l’utile

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La seconda grande scommessa è il metodo: non è più il tempo di fare discorsi sull’impresa, e nemmeno addestramento a determinate e obsolescenti “funzioni” operative. Aristotele diceva che “ciò che impariamo, lo impariamo facendo” e Dante che “non fa scienza, sanza lo ritener, l’aver inteso”.

Si tratta di approcciare l’oggetto di realtà (in primo luogo l’impresa, e in generale la realtà tutta) secondo l’esperienza. Cercare di far leggere ai ragazzi la loro esperienza, di osservarla (diventando sempre più fini e penetranti nel farlo), di descriverla, e quindi di “dare il nome alle cose”. Da qui partono due tragitti fondamentali, che non sono contrapposti ma contemporanei e reciprocamente alimentanti: saper maneggiare la realtà e saperne leggere le leggi (fino alla teoria, fino alla capacità di modellizzare, senza essere schiavi dei modelli).

In questo tragitto si inseriscono il metodo induttivo, i laboratori, lo stage, le unità di apprendimento, le lezioni tradizionali. Un tragitto che parte dall’esperienza, passa attraverso la tecnica (il fare con criterio e intelligenza, per un’utilità, cioè per un bene: il lavoro, in una parola) e che, senza abbandonare i due passaggi (anzi, continuando a tornarci su) arriva alla teoria (allo “sguardo”, secondo la radice greca del temine) e al modello.

La terza scommessa è il lavoro collegiale dei docenti. Giorgio Vittadini ha ricordato, nel suo intervento, che una delle radici più profonde della nostra cultura italiana, il realismo davanti al bisogno o al desiderio dell’altro, si impara da un maestro. Avviene ancora così, per esempio laddove l’impresa forma per davvero gli uomini che lavorano al suo interno. Il lavoro del collegio docenti, in particolare in un istituto tecnico, è in definitiva questo: individuare quali sono i punti unificanti dei percorsi delle diverse materie che ognuno porta avanti. Punti unificanti non autoriferiti alle materie o alle discipline. Ancora una volta il criterio è esterno, è oggettivo: per l’istruzione tecnica è fondamentale il profilo d’uscita. La professionalità, la cultura del lavoro che sta dietro ad ogni figura professionale corrispondente al profilo fa emergere delle capacità proprie di un uomo in azione, a cui tutti i docenti, come una sorta di maestro “collettivo”, partecipano. In questo la didattica per competenze può aiutare. Le competenze (le capacità di un uomo in azione) non eliminano lo specifico di ogni materia, e nemmeno azzerano la diversità dei punti di vista e degli approcci scientifici che ci sono alla base. Li integrano, aiutando a individuare degli oggetti significativi, a cui tutte le materie concorrono. È un lavoro di unità per i docenti, ed è fondamentale per definirne la professionalità.



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COMMENTI
30/01/2012 - Autoreferenzialità (Valentina Timillero)

Il professore che scrive ha ragione. Non si rifletterà mai abbastanza su quel “punto di Archimede” che sta fuori della scuola, che sta ai docenti saper individuare per dare ai giovani una prospettiva più libera, soprattutto, per consentir loro di capire che quello che fanno dentro la scuola serve alla vita che sta fuori. sia che uno faccia l’avvocato, sia che faccia poi il docente di matematica, o l’operaio specializzato. Lungi dall’essere “la via che demolisce l’istituzione” (cfr commento sotto), malata di autoreferenzialità, è il punto che può dare nuova linfa alla scuola – a patto che non la si intenda come l’insieme dei Pof, dei collegi docenti, etc... insomma della struttura che pure deve funzionare. Credere anzi che il problema della scuola, oggi, sia anzitutto il fatto che qualcuno ha eluso le sue leggi, e basare su questo la diagnosi, vuol dire, a conti fatti, essere complici dei guasti del sistema e auspicare la rovina dei nostri figli.

 
29/01/2012 - La verità in tasca (enrico maranzana)

“Educare è introdurre alla realtà tutta intera. Educare a scuola è introdurre alla realtà a partire da uno specifico punto, da un oggetto riconoscibile e utile. Per un istituto tecnico questo oggetto non può che essere il lavoro. Questa è una fortuna, perché l’oggetto dal quale si parte è esterno alla scuola, alla sua organizzazione, oggettivo”. Un’efficace introduzione all’abdicazione della scuola, a una dichiarazione di fallimento. Non è questa la via! Perché demolire l’istituzione? Se educare è “introdurre alla realtà a partire da uno specifico punto di vista”, è la legge che lo afferma, allora bisogna smascherare i soggetti che hanno eluso le proprie responsabilità. A tal fine è sufficiente leggere i POF: i Consigli di Istituto non hanno “elaborato e adottato gli indirizzi generali” per definire in termini di competenze generali i profili di fine percorso e, di conseguenza, i Collegi dei docenti non hanno ipotizzato e governato percorsi per il loro conseguimento. E’ sbagliato e illegittimo delegare all’impresa la definizione dei traguardi: così facendo si formano i giovani al presente, si mortificano le loro individualità e il rischio che l’addestramento offuschi l’educazione è molto elevato. Non è fuori luogo ricordare che lo spirito dei nuovi regolamenti di riordino dei tecnici e dei professionali muove in direzione opposta a quello dello scritto qui commentato, un fatto molto significativo.