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EDUCAZIONE/ Scacco in 4 mosse alla "cattiva" scuola che ha separato il bene e l’utile

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Aula magna dell’Istituto tecnico Regina Mundi, al “Corvetto”, periferia sud di Milano.

Il tema dell’incontro è “La formazione tecnica. una risorsa preziosa per la persona e per la società”. Ragazzi che vogliono approfondire il senso del percorso che hanno intrapreso, genitori che vogliono sapere se iscrivere i propri figli all’istituto tecnico ha un valore formativo per la persona, insegnanti che si confrontano sul modo di fare scuola.

 L’incipit è, in qualche modo, drammatico. Il prof. Giuseppe Bertagna, padre della Riforma Moratti, illustra come la scuola italiana faccia ancora (forse addirittura sempre più...) fatica a capire che una delle linee fondamentali del suo sviluppo è quello di allearsi con il mondo dell’impresa. Che c’è urgente bisogno di una scuola in cui si lavora e di una impresa in cui ci si forma. Che bisogna uscire dalla fondamentale tripartizione “tayloristica” della vita, per la quale fino a vent’anni (ma ormai fino a trenta...) ci si forma, fino a settanta si lavora, e poi, finalmente, ci si riposa.

Non si sfonda, sembra dire il professore. Eppure, e sono i dati snocciolati a dirlo ed esperienze vissute da manager e dirigenti aziendali presenti tra i relatori, i diplomati trovano lavoro (a tempo indeterminato, nell’annus horribilis 2011), fanno carriera, imparano sul campo quello a cui la scuola li ha introdotti, diventano manager e dirigenti, contribuiscono a creare il tessuto dell’impresa italiana.

Fare istruzione tecnica oggi è insomma una scommessa. Innanzitutto su un modo diverso di fare scuola. Diverso perché? Educare è introdurre alla realtà tutta intera. Educare a scuola è introdurre alla realtà a partire da uno specifico punto, da un oggetto riconoscibile e utile. Per un istituto tecnico questo oggetto non può che essere il lavoro, la cultura del lavoro legata a uno specifico ambito di indirizzo.

Questa è una fortuna, perché l’oggetto dal quale si parte è esterno alla scuola, alla sua organizzazione. È – scusate il gioco di parole – oggettivo.

La prima grande scommessa che ha di fronte un istituto tecnico è puntare sul fatto che un determinato ambito di professionalità (nel caso del Regina Mundi che ha organizzato l’incontro, legato a quel fenomeno umano, culturale, sociale ed economico che chiamiamo impresa) abbia una così grande forza culturale da aprire le porte di tutta la realtà, e non solo dell’operatività professionale.



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COMMENTI
30/01/2012 - Autoreferenzialità (Valentina Timillero)

Il professore che scrive ha ragione. Non si rifletterà mai abbastanza su quel “punto di Archimede” che sta fuori della scuola, che sta ai docenti saper individuare per dare ai giovani una prospettiva più libera, soprattutto, per consentir loro di capire che quello che fanno dentro la scuola serve alla vita che sta fuori. sia che uno faccia l’avvocato, sia che faccia poi il docente di matematica, o l’operaio specializzato. Lungi dall’essere “la via che demolisce l’istituzione” (cfr commento sotto), malata di autoreferenzialità, è il punto che può dare nuova linfa alla scuola – a patto che non la si intenda come l’insieme dei Pof, dei collegi docenti, etc... insomma della struttura che pure deve funzionare. Credere anzi che il problema della scuola, oggi, sia anzitutto il fatto che qualcuno ha eluso le sue leggi, e basare su questo la diagnosi, vuol dire, a conti fatti, essere complici dei guasti del sistema e auspicare la rovina dei nostri figli.

 
29/01/2012 - La verità in tasca (enrico maranzana)

“Educare è introdurre alla realtà tutta intera. Educare a scuola è introdurre alla realtà a partire da uno specifico punto, da un oggetto riconoscibile e utile. Per un istituto tecnico questo oggetto non può che essere il lavoro. Questa è una fortuna, perché l’oggetto dal quale si parte è esterno alla scuola, alla sua organizzazione, oggettivo”. Un’efficace introduzione all’abdicazione della scuola, a una dichiarazione di fallimento. Non è questa la via! Perché demolire l’istituzione? Se educare è “introdurre alla realtà a partire da uno specifico punto di vista”, è la legge che lo afferma, allora bisogna smascherare i soggetti che hanno eluso le proprie responsabilità. A tal fine è sufficiente leggere i POF: i Consigli di Istituto non hanno “elaborato e adottato gli indirizzi generali” per definire in termini di competenze generali i profili di fine percorso e, di conseguenza, i Collegi dei docenti non hanno ipotizzato e governato percorsi per il loro conseguimento. E’ sbagliato e illegittimo delegare all’impresa la definizione dei traguardi: così facendo si formano i giovani al presente, si mortificano le loro individualità e il rischio che l’addestramento offuschi l’educazione è molto elevato. Non è fuori luogo ricordare che lo spirito dei nuovi regolamenti di riordino dei tecnici e dei professionali muove in direzione opposta a quello dello scritto qui commentato, un fatto molto significativo.