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UNIVERSITA’/ Decleva: l’abolizione del valore legale? Uno specchio per le allodole

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Modello inglese? (Imagoeconomica)  Modello inglese? (Imagoeconomica)

Sì: l’unica risposta seria a chi continua a porre il problema dell’abolizione del valore legale, è quella di mettere il sistema – e preciso: tutto il sistema – in sicurezza per quel che riguarda il rispetto dei requisiti che fanno di un percorso di studio, quale che sia la sua eventuale collocazione futura in una graduatoria di qualità, una cosa seria. Nella situazione italiana, con la storia che abbiamo alle spalle, questo non può venire che da una certificazione dell’offerta formativa – chiunque la eroghi: soggetti pubblici o soggetti privati – fatta da una autorità pubblica competente e riconosciuta.

Quindi non si tratta di abolire il valore legale.

No, perché il «pezzo di carta» finale lo vogliono tutti, e avendo la certezza che lo si possa usare nella vita professionale e di lavoro. Si tratta piuttosto di garantire che i percorsi di studio valgono quello che promettono e che sono tenuti a dare in termini di competenza, coerenza, efficacia. Perché ci sono professori in numero adeguato, perché per preparazione, impegno, aggiornamento scientifico, pratica diretta della ricerca, essi sono all’altezza delle loro responsabilità; perché il ventaglio dei servizi offerti è adeguato; perché i laureati sono effettivamente preparati... E perché, conseguentemente, anche il titolo finale significa e vale qualcosa.

Secondo lei è un passaggio indolore?

Niente affatto. Gli effetti sul sistema ci saranno e potranno essere di vario segno. Nella sostanza dipenderanno, in buona misura, dalle scelte strategiche in materia di alta formazione e di ricerca di medio e lungo periodo che parallelamente si adotteranno e dalle risorse che si metteranno a disposizione. Una carenza, una volta constatata, potrà infatti dar luogo ad esiti opposti: alla chiusura del corso (e nel caso che se ne chiudano tanti, chiude l’ateneo), ovvero alla ricerca di rimedi, ottenibili peraltro solo mettendo in gioco delle risorse. E siccome non è detto che le si abbia (il meccanismo porterà in effetti a perderne, proprio a causa delle insufficienze dimostrate), l’unico esito diventerebbe chiudere. Si può capire che una simile prospettiva spaventi coloro che se ne sentono più minacciati.

Ed è un dato positivo, o no?

...Ma si può immaginare che di fronte alla prospettiva che una università, in mancanza dei requisiti richiesti, possa ridurre drasticamente la propria offerta o addirittura chiudere, non si determinino interventi di supporto a livello regionale o territoriale? E interventi che, se ci saranno, non potranno limitarsi a tenerla aperta alla meno peggio (come è già accaduto e accade), ma dovranno garantire condizioni di operatività entro gli standard complessivi del sistema.

Questo è coerente con le funzioni dell’accreditamento e della valutazione?



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