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UNIVERSITA’/ Decleva: l’abolizione del valore legale? Uno specchio per le allodole

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Modello inglese? (Imagoeconomica)  Modello inglese? (Imagoeconomica)

Sì, perché tali funzioni non sono quelle di produrre semplicemente delle classifiche, o di eliminare come se niente fosse soggetti con una loro storia e un loro insediamento, ma di incentivare qualità e responsabilità in un contesto competitivo. Speriamo che accada anche da noi. E che non ci si balocchi con l’idea che contano solo i soggetti in grado di competere effettivamente con le istituzioni europee più prestigiose. Questo è un aspetto essenziale, sicuramente: ma c’è anche un problema di competitività dei singoli sistemi nazionali con gli altri, rispetto al quale, paradossalmente, siamo probabilmente meno mal messi di quanto non si pensi. Il peggio sarebbe voler far servire l’accreditamento come alibi per perpetuare o addirittura peggiorare le condizioni di sottofinanziamento complessivo di università e ricerca che ci penalizzano come Paese da decenni.

Come giudica da questo punto di vista il provvedimento di dieci giorni fa, relativo all’accreditamento degli atenei da parte dell’Anvur?

Il giudizio da dare è sicuramente positivo. Ovviamente una cosa sono le norme, una cosa la realtà operativa, ancora tutta da costruire. E che proprio perché importante, andrà realizzata con particolare attenzione e senza forzature. Avvalendosi di competenze effettive, di indicatori ragionevoli e significativi. Ma anche senza troppi ritardi. Fermo restando il punto di fondo. Un’università che non ottiene l’accreditamento o lo perde o deve perdere la possibilità di erogare titoli e chiudere i relativi corsi di studio. Questo andrebbe forse reso più esplicito.

L’ultimo rapporto della Fondazione Agnelli ha mostrato che con la formula del 3+2 il lavoro si trova, ma a condizioni molto meno favorevoli rispetto a prima. Lei che ne pensa?

Il rapporto in questione riconosce che il 3+2 non era in sé insensato e che ha sofferto semmai di una carenza di governance a tutti i livelli nella sua applicazione. E questa mi sembra un’impostazione condivisibile. I dati positivi sui tempi di conseguimento del titolo di primo livello, sulle origini familiari dei laureati, sugli abbandoni sono accostati ai dati più negativi sulle retribuzioni e si dà peso alla diminuzione intervenuta negli ultimi anni delle immatricolazioni. In generale si ritiene che l’immissione di un più alto numero di soggetti nel mercato del lavoro non abbia determinato effetti propulsivi, risentendo in realtà, come non poteva non essere, delle condizioni generali di difficoltà e di crisi del Paese.

Luci e ombre, insomma.

Ma chi si aspettava dal rapporto, considerata l’autorevolezza e il peso del soggetto promotore, una ennesima condanna della riforma Berlinguer è rimasto probabilmente deluso. Che la laurea possa rendere di meno sul mercato del lavoro – ma rispetto a quando? e in quali contesti? –, non significa che non rimanga un percorso privilegiato per accedervi. Anche su questo il rapporto mi sembra chiaro.

Lei, da accademico, ha avuto modo di insegnare a più generazioni. I giovani attuali sono o non sono all’altezza dell’università che fanno? O l’attuale università chiede loro troppo poco?



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