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UNIVERSITA’/ Decleva: l’abolizione del valore legale? Uno specchio per le allodole

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Modello inglese? (Imagoeconomica)  Modello inglese? (Imagoeconomica)

Ho smesso di insegnare da troppi anni, non riuscendo a conciliare il mestiere di docente con quello di rettore di un grande ateneo, per poter fare riferimento a esperienze dirette e impressioni personali. In linea generale, penso che una università debba operare rispetto ai giovani così come sono, in relazione alle esperienze e alle realtà che ne hanno condizionato e ne condizionano le attitudini e la preparazione. E il quadro è sicuramente variegato. La riforma ha imposto di pretendere di meno in termini di conoscenze da acquisire in tre anni. Ma questo non giustifica indulgenze che sicuramente si sono manifestate e che non giovano, in primo luogo, agli interessati.

Quindi nei limiti del possibile l’asticella va tenuta alta.

Sì. Non esageratamente alta come spesso accadeva ai vecchi tempi (e qualche volta ancora adesso), ma neanche a pochi centimetri dal suolo come succede in vari casi. Il fatto è che la didattica continua ad essere espressione e campo riservato dei singoli docenti, come è giusto che sia. Ma una maggiore collegialità nella definizione di obiettivi e standard e dei comportamenti anche individuali che ne derivano, gioverebbe non poco.

Ma il suo bilancio della riforma di Berlinguer è positivo o negativo? Se potesse, tornerebbe alla vecchia formula (unitaria) fatta però diversamente?

Non sono stato un fanatico della riforma, quando la si è impostata. Ma ero anche ben convinto che il vecchio sistema, per come era diventato, non poteva reggere. Purtroppo, pur di far partire il nuovo sistema, si sono ignorate tutte le condizioni che avrebbero dovuto essere poste per garantirne un’applicazione ragionevole. Gli effetti si sono visti, e tanto più in coincidenza con un sistema di reclutamento fatto apposta per moltiplicare i posti di professore e, conseguentemente, gli insegnamenti e i corsi di studio. Da un altro punto di vista continuo a ritenere sbagliata l’idea, all’epoca centrale e tuttora diffusa, che la laurea triennale sia equiparabile in toto per il peso della preparazione assicurata – e quindi della funzionalità rispetto al mercato del lavoro –, alla vecchia laurea quadriennale. È indicativo che ciò non si sia comunque fatto valere e non valga per una parte delle professioni. Ma anche nei casi in cui non sussistono vincoli europei o robuste pressioni nazionali, come si fa a non riconoscere che il percorso di secondo livello può offrire gradi ulteriori di preparazione, in primo luogo culturale e fatta di conoscenze più ancora che di specifiche abilità, utili anche per i futuri destini professionali e di lavoro?

Che non si misurano solo sul primo stipendio.



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