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UNIVERSITA’/ Decleva: l’abolizione del valore legale? Uno specchio per le allodole

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Modello inglese? (Imagoeconomica)  Modello inglese? (Imagoeconomica)

Infatti. Per non dire di quell’aspetto, centrale anche se non immediatamente remunerativo, che un’istituzione come l’università non può ignorare, che è la formazione della persona nel confronto con i contenuti più aggiornati del sapere. Certo, la laurea magistrale (allora la si chiamava specialistica) risente probabilmente ancora del vizio di origine di non essere stata concepita e programmata in linea con la laurea triennale. Ed è bene che ogni ateneo ne ripensi le caratteristiche e le funzioni. Il problema non è in ogni caso quello che abbiamo alle spalle (anche se è importante darne una valutazione appropriata), ma quello che ci mettiamo nelle condizioni di fare per affrontare le questioni che abbiamo davanti: evitando rimpianti che non hanno ragion d’essere. Tanto, indietro non si torna.

La Fondazione Agnelli sembra auspicare una sorta di suddivisione dei compiti: diamo al 3 il compito di estendere la preparazione culturale media, e al +2 il compito dell’eccellenza. Che ne pensa?

Mi pare che in questa impostazione si faccia riferimento a una sorta di ideale mercato del lavoro, i cui flussi possano essere regolati in anticipo sulla base di criteri che non tengono però conto di altri elementi da cui sembra inopportuno prescindere. Il fatto è che dove c’è domanda effettiva di laureati, lo stacco numerico tra primo e secondo livello c’è già. Nella gran parte dei casi, i laureati e le loro famiglie preferiscono invece garantirsi con un secondo titolo sperando che ne vengano maggiori opportunità in un contesto difficile come l’attuale. Quali che siano le motivazioni che spingono oltre la metà dei laureati di primo livello a iscriversi ai percorsi di secondo livello, resta da chiarire che cosa quest’ultimo offre effettivamente e a quali condizioni. Ma non presupponendo limitazioni numeriche a priori. O introducendo elementi di colpevolizzazione perché ciò accade. Come se le università si preoccupassero solo di mantenere il più alto livello di utenza.

Secondo lei le imprese sanno «sfruttare» al meglio ciò che l’università offre loro, in termini di preparazione degli studenti e qualità dei curriculum?

La mia impressione è che le imprese, quelle di una certa dimensioni, per le quali il problema si pone, attuino già, nelle loro selezioni di personale, una sorta di accreditamento, dando un diverso peso agli atenei di provenienza. Nella scelta concreta, se assumere o no, entrano in ogni caso fattori diversi. E, una volta effettuata l’assunzione, i criteri di carriera sono tutti aziendali. Di qui, anche di qui, la netta preferenza per il laureato triennale: la formazione ulteriore, per quel che interessa, la farà in azienda. Ma ribadisco che sta anche alle università dimostrare che i due anni di laurea magistrale conferiscono un di più effettivo di preparazione e competenza. Per non dire dei dottorati di ricerca. Ma fermiamoci qui.



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