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SCUOLA/ Le due non-riforme della Gelmini "boicottano" il concorso di Profumo

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Come non reclutare lo si potrebbe evincere mettendo sotto la lente il recentissimo concorso per dirigenti. Alla fine della trafila quiz – prove scritte – prove orali, nessuna competenza-chiave del dirigente sarà accertata, salvo eccezioni. Il meccanismo dei concorsi della Pubblica Amministrazione – di cui la scuola continua a far parte – è iper-obsoleto. Riproporlo nell’anno 2012 la dice lunga sulla resistenza ostinata del blocco storico conservatore bypartisan e sulla geometrica potenza del pensiero unico statal-burocratico. Questo meccanismo centralistico si espone, già ora, alle forti ed efficaci pressioni spartitorie e corruttive di partiti, di sindacati e di associazioni professionali. Nell’ipotesi che soggetto reclutante divenissero le reti di scuole, senza che venisse cambiato radicalmente il sistema di accertamento – dalle conoscenze alle competenze – la permeabilità all’intervento corruttivo esterno aumenterebbe smisuratamente. Ogni comunità educante ha il dovere – e perciò il diritto – di reclutare personale coerente con il proprio progetto educativo e formativo. A due condizioni: che si accertino in modo pubblicamente inoppugnabile le competenze professionali del candidato; che il dirigente scolastico, cui spetta la decisione finale di assunzione, sia valutato e paghi immediatamente le conseguenze di scelte cattive.

Qui si sfoglia il dossier della seconda pratica importante rimasta aperta sul tavolo del ministro Gelmini. Quella della valutazione esterna degli studenti, degli insegnanti, dei dirigenti, delle scuole. L’Invalsi è tutto ciò che abbiamo. Esso accerta alcuni apprendimenti-chiave di fasce di classi e in alcuni passaggi decisivi (terza media – prossimamente la maturità), li elabora, li restituisce a livello nazionale e alle singole scuole. Una valutazione esterna pare necessaria, soprattutto in conseguenza del fatto che i parametri di quella interna sono totalmente saltati tra Nord e Sud, tra settori e indirizzi, tra classe e classe. Il valore legale del titolo di studio condiziona pesantemente in senso negativo la qualità della valutazione interna. Ma resta che la valutazione esterna, puramente statistica, va incontro a parecchi inconvenienti.

Per valutare il funzionamento di una scuola o le capacità di un insegnante o di un dirigente, non bastano i test: occorre l’osservazione prolungata diretta. A suo tempo, nel luglio 2001, la Moratti decise che il modello Ofsted degli inglesi, fondato sull’ispettorato, non fosse praticabile in Italia. E scelse il metodo Invalsi. Ciononostante, anch’esso fu ostacolato da un basso investimento iniziale in risorse finanziarie e umane. I dati delle singole scuole non furono mai resi pubblici. Senza pubblicità dei dati, senza trasparenza non nasce nessuna consapevolezza da parte dei genitori e dei ragazzi, e perciò non si accumula nessuna massa critica per le riforme. La scuola resta una turris eburnea. Alla buona notizia che il ministro Profumo ha dato circa la futura trasparenza e pubblicità dei dati relativi alle scuole si dovrebbe aggiungere anche quella della obbligatoria pubblicità dei risultati delle valutazioni.

Quanto alla valutazione dei docenti – finito nelle nebbie ministeriali il Sivadis per valutare i dirigenti – il Progetto Valorizza è rimasto fumo negli occhi ed è fallimentare. Deve essere solo chiuso – almeno per quanto riguarda i docenti – nonostante le pressioni interessate delle tre Fondazioni, che chiedono di continuare a tenerlo in piedi per un altro anno. Rifiutato con pessime intenzioni, ma con fondati argomenti, dai Collegi dei docenti e dalle organizzazioni sindacali, esso è servito a non affrontare la questione decisiva: quella della carriera e dello stato giuridico dei docenti. Vari progetti di legge sono stati presentati in questo decennio in Parlamento, bypartisanamente concorde sul rinvio permanente. E poiché l’unico documento ancora vivo nella Commissione cultura della Camera è il Pdl 953, di lì occorre ripartire. I tempi tecnici ci sono.



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COMMENTI
05/01/2012 - Risanare i muri prima di cambiare la tappezzeria (Sergio Palazzi)

Al concorso del '90, che avevo fatto quasi per gioco visto che lavoravo in azienda, lo scritto e le due prove pratiche valutavano soltanto le conoscenze dei "contenuti"; solo l'orale era più spostato verso motivazioni, metodologie, atteggiamento personale. Eppure era stato un vero sterminio: mi pare di ricordare una mortalità oltre il 90%. Il presidente di commissione, un preside molto preparato, brillante e consapevole, alla fine mi disse "Guardi, la scuola italiana funziona così: lei domattina se ne torna felice in Montedison; tutti quelli che abbiamo bocciato perchè non sanno la chimica anche se la insegnano da anni, me li ritroverò davanti e dovrò continuare a dare loro un posto nonostante tutto". Stante che da allora i cambiamenti sono stati solo in peggio, anche sulla "larghezza della manica" nei mitizzati pubblici concorsi (per non parlare di abilitazioni ope legis), non credo che oggi il problema da cui partire sia quale strumento adottare tecnicamente per l'arruolamento e la valutazione in servizio: come dice giustamente Cominelli prima va riformata radicalmente la struttura, spostando l'asse del rapporto di lavoro su responsabilità e valorizzazione della capacità, e poi se ne potrà far conseguire l'aspetto formale del "come". Non è stata certamente questa la linea dei ministeri, da Misasi a Berlinguer a Moratti, fino a Gelmini-Tremonti. L'esito, lo dice Di Gennaro: "sprechi, emarginazione, esclusione dei più motivati". Chissà se lo hanno detto ad Olli Rehn.

 
05/01/2012 - Quali "maliziosi e strumentali ragionamenti"?! (Anna Di Gennaro)

Lucida e condivisibile l'analisi dell'Autore e le sue argomentazioni. Tuttavia, qualunque forma di reclutamento necessita di "aggiornamenti" in itinere. Manca l'osservazione sistematica e il monitoraggio periodico delle condizioni di salute psicofisica di tutti gli attori. Resta attuale il testo di Pasquale Picone "Supervisione e formazione permanente. Per il futuro della Professionalità Docente". Edizioni Sette Città, Viterbo 2004: “La motivazione alla conoscenza, se vissuta come processo di trasformazione e di individuazione, implica, a diversi livelli e in svariati settori, la passione per i processi formativi, propri e altrui. Le storie personali e professionali sono, eminentemente, storie di formazione. Essere immersi nel mare mosso delle organizzazioni formative del presente, significa spesso investire energia, per nuotare e tenersi a galla. Significa un impegno continuo di osservazione e auto-osservazione, di comprensione.Per vedere, almeno, dove si sta andando...Non è più possibile - i tempi, l’economia globale, e l’Europa non lo consentono più – assistere a tanti sprechi diffusi di risorse umane, di esperienze e patrimoni conoscitivi. Risorse, di chi ha investito anni, passione, energie e professionalità parallele nella propria formazione. Sprechi, attraverso la conflittualità, talvolta stolida, tra docenti e studenti; tra docenti e genitori; tra i docenti stessi; tra dirigenti scolastici e collegi docenti. Attraverso l’emarginazione, l’esclusione dei più motivati."

 
04/01/2012 - Per una nuova Scuola nazionale (Salvatore Ragonesi)

Le due "pratiche" aperte pericolosamente dalla Gelmini non è detto che debbano attendere il loro compimento con un governo di ben altra natura e serietà. Questo bisogna annoverarlo tra le prerogative di un nuovo ministero dell'Istruzione che voglia "superare" velocemente le precedenti difficoltà insorte con le due "pratiche",e non solo. Il prof. Cominelli è uomo di scuola e sa perfettamente quanto dolore abbia potuto provocare negli uomini di Scuola l'aziendalismo localistico e autonomistico che si appellava inutilmente alla comunità municipale e territoriale per cancellare ogni universalità sia nella formazione specialistica di base che nel reclutamento dei docenti. INVALSI è poi un oggetto bello e fantastico, dotato solo della forza di far immaginare imprese imponenti con poche risorse professionali, intellettuali e materiali, ma con risultati assai deludenti. Torniamo dunque a discutere di cose scolastiche e di misure che si addicono alla Scuola come istituzione pubblica. Torniamo ai concorsi e, se vogliamo, alle antiche abilitazioni prima di poter partecipare ai processi concorsuali, con l'unica sede accentrata nella quale avvenga la scelta dei "migliori". Ai Presidi-Dirigenti, se meritevoli, potrà essere riaffidato il compito di assegnare le qualifiche annuali e le valutazioni sul campo dei docenti. Tutto ciò non richiede maliziosi e strumentali ragionamenti.

 
04/01/2012 - Equivoci tenaci (Chiara Esse)

Blindate le graduatorie, l’abilitazione non alimenta più aspettative. Il precariato è un fenomeno che non ha nulla a che vedere con l’abilitazione, tant’è che negli ultimi anni, a causa della chiusura delle Ssis, si è incrementato il numero dei precari non abilitati, che insegnano nella scuola statale o paritaria; mentre vi sono abilitati iscritti nelle GaE NON precari in quanto non hanno più o non hanno mai avuto un incarico (essi sono impropriamente chiamati precari), eppure attendono la cattedra statale... Le proiezioni ministeriali sul fabbisogno, quello che avrebbe avuto un senso, ma non è stato elaborato, quando con l’abilitazione si dispensava - indebitamente - il diritto ad un ruolo statale, non fotografa la realtà: capita che sia prossimo allo zero laddove vi sono effettivi precari non abilitati. Introdurre il concetto del “fabbisogno” dopo la chiusura delle GaE e di fronte ai contenziosi prodotti da perversi effetti degli squilibri numerici passati, è un non sequitur. Inoltre, sottolineato che gli abilitati non sono precari, mal che vada, meglio un’abilitazione che uno stage o un master inconsistenti. Il ministero elevi requisiti e livelli, per produrre un contenimento dei numeri meritocratico. E comunque i numeri che conteranno saranno quelli delle cattedre effettive. Molto preoccupanti le ultime dichiarazioni di Profumo sul diverso dimensionamento dei due canali: che il ministro non abbia inteso che il reclutamento che va ad introdurre sarà aperto a tutti?

 
04/01/2012 - Il fondamento scientifico del confronto (enrico maranzana)

“Per valutare il funzionamento di una scuola o le capacità di un insegnante o di un dirigente, non bastano i test: occorre l’osservazione prolungata diretta”. Sante parole! Nell’intera piramide scolastica non esiste la cultura del controllo: del controllo antecedente, del controllo concomitante, del controllo susseguente, del follow-up non ci sono tracce. Nessuno si è mai curato del fatto che la dottrina, da decenni, abbia dimostrato l’inefficacia del controllo sul prodotto (Invalsi) e lo abbia riorientato sui processi, l’architrave del feed-back. E’ ugualmente vero che “Le LIM e tutta la tecnologia digitale restano solo “quisquiglie e pinzillacchere””: la cultura informatica è tutt’altra cosa. La trasmissione di una fedele e corretta immagine della disciplina implica un profondo, sostanziale cambiamento della didattica, da orientare alla promozione delle capacità di percepire e risolvere problemi, di modellare, d’algoritmizzare, di formalizzare…