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SCUOLA/ Le due non-riforme della Gelmini "boicottano" il concorso di Profumo

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Quali sono le prospettive delle politiche dell’istruzione nell’era del “governo tecnico”? Per rispondere a questa domanda occorre una qualche preventiva terapia del linguaggio. “Governo tecnico” è, in realtà, il nome dell’impotenza confessa della politica nel tempo presente. La maggioranza di governo si è trovata paralizzata di fronte alla crisi di origine interna e internazionale, con ciò aggravandone l’impatto ai limiti dell’irreversibilità catastrofica. L’opposizione ha avuto paura di andare alle elezioni, di rischiare di vincerle e di dover fare quelle stesse scelte, la cui mancanza rimproverava al governo in carica. Pertanto, maggioranza e opposizione hanno deciso bypartisanamente di concedersi “un anno sabbatico”, delegando ad una sorta di Comitato di salvezza nazionale le scelte che esse non erano in grado di compiere.

Se si tratti anche di una sorta di “suicidio assistito” c’è da sospettarne. In ogni caso ha prodotto a tutti gli effetti “un governo di unità nazionale”. Déja vu! Negli anni 1976-78 questa scelta provocò l’assassinio di Moro e l’avvio della fine della Prima repubblica. Questa volta, meno tragicamente, il governo di unità nazionale chiude i battenti della Seconda repubblica. Il governo Monti è un governo politico per interposta persona ed è un governo a tempo. Porta la croce altrui come il cireneo. Pertanto sia a coloro che la auspicano sia a coloro che la temono va fatto notare che non è praticabile nessuna scorciatoia tecnocratica per sbrigare le due pratiche che la Gelmini ha lasciato sul tavolo. Tutto continua a restare in mano alle forze politiche, lo vogliano o no.

La prima pratica è quella della realizzazione del tirocinio formativo attivo (Tfa), il cui avvio era stato previsto nella lettera del ministro Gelmini ai sindacati del 10 agosto 2011. Intanto: quali sono i numeri esatti in ballo? La legge stabilisce che l’accesso al Tfa non debba sforare il tetto dei posti effettivamente disponibili – dei quali la metà spettante ai precari in graduatoria – maggiorato del 20 per cento. Ora i posti disponibili sono certamente diminuiti. Voci insistenti – di cui è doveroso qui dare conto – danno per certo un rinvio del provvedimento sul tavolo del ministro da parte del Consiglio di Stato a causa del mancato rispetto della legge, cioè per “sforamento”. Finché continua la danza dei numeri, inaugurata dal ministro Gelmini per accontentare – ma solo a parole – gruppi di pressione interni alla ex-maggioranza, si rischia soltanto di far ripartire il meccanismo perverso della riproduzione di precariato.

Abilitare tutti e dare il posto a pochi, significa, infatti, creare una vasta “terra di mezzo” di abilitati senza posto, destinati a diventare la base del nuovo precariato. Prima tutti i laureati si aspettavano il posto. Ora tutti gli abilitati, per un’illusione di secondo livello. In questo contesto la proposta del ministro Profumo di un ritorno ai concorsi nazionali, decentrati per regione, suona come una fuga in avanti, al netto delle commendevoli buone intenzioni. E non solo perché il tempo del governo è breve. Il guaio è che il meccanismo dei concorsi è da sempre rivolto al solo accertamento del possesso di conoscenze, mai a quello della capacità di usarle nel contesto educativo e didattico. Mentre le conoscenze si accertano mediante prove scritte e orali – è il modello accademico classico – le competenze-chiave professionali di un docente richiedono altre tecniche: presentazione di portfolio professionale, osservazione diretta sul campo da parte di ispettori, raccolta di giudizi dall’ambiente circostante, colloqui personali.



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COMMENTI
05/01/2012 - Risanare i muri prima di cambiare la tappezzeria (Sergio Palazzi)

Al concorso del '90, che avevo fatto quasi per gioco visto che lavoravo in azienda, lo scritto e le due prove pratiche valutavano soltanto le conoscenze dei "contenuti"; solo l'orale era più spostato verso motivazioni, metodologie, atteggiamento personale. Eppure era stato un vero sterminio: mi pare di ricordare una mortalità oltre il 90%. Il presidente di commissione, un preside molto preparato, brillante e consapevole, alla fine mi disse "Guardi, la scuola italiana funziona così: lei domattina se ne torna felice in Montedison; tutti quelli che abbiamo bocciato perchè non sanno la chimica anche se la insegnano da anni, me li ritroverò davanti e dovrò continuare a dare loro un posto nonostante tutto". Stante che da allora i cambiamenti sono stati solo in peggio, anche sulla "larghezza della manica" nei mitizzati pubblici concorsi (per non parlare di abilitazioni ope legis), non credo che oggi il problema da cui partire sia quale strumento adottare tecnicamente per l'arruolamento e la valutazione in servizio: come dice giustamente Cominelli prima va riformata radicalmente la struttura, spostando l'asse del rapporto di lavoro su responsabilità e valorizzazione della capacità, e poi se ne potrà far conseguire l'aspetto formale del "come". Non è stata certamente questa la linea dei ministeri, da Misasi a Berlinguer a Moratti, fino a Gelmini-Tremonti. L'esito, lo dice Di Gennaro: "sprechi, emarginazione, esclusione dei più motivati". Chissà se lo hanno detto ad Olli Rehn.

 
05/01/2012 - Quali "maliziosi e strumentali ragionamenti"?! (Anna Di Gennaro)

Lucida e condivisibile l'analisi dell'Autore e le sue argomentazioni. Tuttavia, qualunque forma di reclutamento necessita di "aggiornamenti" in itinere. Manca l'osservazione sistematica e il monitoraggio periodico delle condizioni di salute psicofisica di tutti gli attori. Resta attuale il testo di Pasquale Picone "Supervisione e formazione permanente. Per il futuro della Professionalità Docente". Edizioni Sette Città, Viterbo 2004: “La motivazione alla conoscenza, se vissuta come processo di trasformazione e di individuazione, implica, a diversi livelli e in svariati settori, la passione per i processi formativi, propri e altrui. Le storie personali e professionali sono, eminentemente, storie di formazione. Essere immersi nel mare mosso delle organizzazioni formative del presente, significa spesso investire energia, per nuotare e tenersi a galla. Significa un impegno continuo di osservazione e auto-osservazione, di comprensione.Per vedere, almeno, dove si sta andando...Non è più possibile - i tempi, l’economia globale, e l’Europa non lo consentono più – assistere a tanti sprechi diffusi di risorse umane, di esperienze e patrimoni conoscitivi. Risorse, di chi ha investito anni, passione, energie e professionalità parallele nella propria formazione. Sprechi, attraverso la conflittualità, talvolta stolida, tra docenti e studenti; tra docenti e genitori; tra i docenti stessi; tra dirigenti scolastici e collegi docenti. Attraverso l’emarginazione, l’esclusione dei più motivati."

 
04/01/2012 - Per una nuova Scuola nazionale (Salvatore Ragonesi)

Le due "pratiche" aperte pericolosamente dalla Gelmini non è detto che debbano attendere il loro compimento con un governo di ben altra natura e serietà. Questo bisogna annoverarlo tra le prerogative di un nuovo ministero dell'Istruzione che voglia "superare" velocemente le precedenti difficoltà insorte con le due "pratiche",e non solo. Il prof. Cominelli è uomo di scuola e sa perfettamente quanto dolore abbia potuto provocare negli uomini di Scuola l'aziendalismo localistico e autonomistico che si appellava inutilmente alla comunità municipale e territoriale per cancellare ogni universalità sia nella formazione specialistica di base che nel reclutamento dei docenti. INVALSI è poi un oggetto bello e fantastico, dotato solo della forza di far immaginare imprese imponenti con poche risorse professionali, intellettuali e materiali, ma con risultati assai deludenti. Torniamo dunque a discutere di cose scolastiche e di misure che si addicono alla Scuola come istituzione pubblica. Torniamo ai concorsi e, se vogliamo, alle antiche abilitazioni prima di poter partecipare ai processi concorsuali, con l'unica sede accentrata nella quale avvenga la scelta dei "migliori". Ai Presidi-Dirigenti, se meritevoli, potrà essere riaffidato il compito di assegnare le qualifiche annuali e le valutazioni sul campo dei docenti. Tutto ciò non richiede maliziosi e strumentali ragionamenti.

 
04/01/2012 - Equivoci tenaci (Chiara Esse)

Blindate le graduatorie, l’abilitazione non alimenta più aspettative. Il precariato è un fenomeno che non ha nulla a che vedere con l’abilitazione, tant’è che negli ultimi anni, a causa della chiusura delle Ssis, si è incrementato il numero dei precari non abilitati, che insegnano nella scuola statale o paritaria; mentre vi sono abilitati iscritti nelle GaE NON precari in quanto non hanno più o non hanno mai avuto un incarico (essi sono impropriamente chiamati precari), eppure attendono la cattedra statale... Le proiezioni ministeriali sul fabbisogno, quello che avrebbe avuto un senso, ma non è stato elaborato, quando con l’abilitazione si dispensava - indebitamente - il diritto ad un ruolo statale, non fotografa la realtà: capita che sia prossimo allo zero laddove vi sono effettivi precari non abilitati. Introdurre il concetto del “fabbisogno” dopo la chiusura delle GaE e di fronte ai contenziosi prodotti da perversi effetti degli squilibri numerici passati, è un non sequitur. Inoltre, sottolineato che gli abilitati non sono precari, mal che vada, meglio un’abilitazione che uno stage o un master inconsistenti. Il ministero elevi requisiti e livelli, per produrre un contenimento dei numeri meritocratico. E comunque i numeri che conteranno saranno quelli delle cattedre effettive. Molto preoccupanti le ultime dichiarazioni di Profumo sul diverso dimensionamento dei due canali: che il ministro non abbia inteso che il reclutamento che va ad introdurre sarà aperto a tutti?

 
04/01/2012 - Il fondamento scientifico del confronto (enrico maranzana)

“Per valutare il funzionamento di una scuola o le capacità di un insegnante o di un dirigente, non bastano i test: occorre l’osservazione prolungata diretta”. Sante parole! Nell’intera piramide scolastica non esiste la cultura del controllo: del controllo antecedente, del controllo concomitante, del controllo susseguente, del follow-up non ci sono tracce. Nessuno si è mai curato del fatto che la dottrina, da decenni, abbia dimostrato l’inefficacia del controllo sul prodotto (Invalsi) e lo abbia riorientato sui processi, l’architrave del feed-back. E’ ugualmente vero che “Le LIM e tutta la tecnologia digitale restano solo “quisquiglie e pinzillacchere””: la cultura informatica è tutt’altra cosa. La trasmissione di una fedele e corretta immagine della disciplina implica un profondo, sostanziale cambiamento della didattica, da orientare alla promozione delle capacità di percepire e risolvere problemi, di modellare, d’algoritmizzare, di formalizzare…