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SCUOLA/ Presidi, Invalsi, trasparenza: qual è il filo rosso che li unisce?

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Si tratta di un segnale importante, nel momento in cui l’Europa stessa vede nelle rilevazioni standardizzate uno dei possibili strumenti per tenere sotto controllo l’offerta formativa e l’incremento del capitale umano necessario alla ripresa, benché non sia ancora chiaro con quali modalità. Fra le 39 richieste di chiarimento di Olli Rehn al nostro governo, all’interno del capitolo “condizioni favorevoli alla crescita – incremento del capitale umano” figura, insieme alle richieste di incentivi per gli insegnanti, la seguente richiesta (al numero 13): “Quali sono le caratteristiche dei programmi di ristrutturazione per le scuole che hanno risultati insoddisfacenti nelle prove Invalsi?”: come dire che quello dell’Invalsi non è che il termometro diagnostico di problemi che vanno comunque affrontati, in una qualche giusta sede.

Senza cadere nell’illusione che si possa automaticamente tradurre i risultati in provvedimenti, certamente il primo passo è che le scuole prendano molto sul serio i dati loro inviati: da qui la sensibilizzazione dei futuri dirigenti. In questi giorni le scuole stanno ricevendo i dati riservati sui risultati delle loro classi, in forma disaggregata fino alle percentuali di risposta domanda per domanda. Le più attente fra le scuole ci stanno lavorando già da qualche anno. Più di 200 persone della sola Lombardia, fra referenti per la valutazione, dirigenti e insegnanti interessati, hanno seguito un ciclo di quattro incontri svoltosi nei mesi di ottobre e novembre presso l’Ansas Lombardia, coordinato da chi scrive. Abbiamo assistito alla “solita” parabola, solita per chi ha svolto analoghe operazioni in altre parti d’Italia: i partecipanti passano (condizioni di ingresso) dal giudizio negativo, non di rado per scarse conoscenze se non per partito preso, allo stupore per la qualità e la quantità dei dati, all’intuizione della opportunità di riflettere criticamente e con profitto non solo sui dati ma sul fare scuola, fino al capovolgimento dei giudizi con cui sono entrati, e a volte dei giudizi sugli stessi alunni. Quanti ragazzi che “vanno bene” alle prove Invalsi vanno male a scuola (e viceversa)? Ah, se i “diligenti” ragionassero di più, e i “divergenti” studiassero!

Nel questionario di commento sul ciclo di incontri emergono anche molte preoccupazioni: chi svolgerà, e con quali competenze specifiche, l’analisi dei dati? Quali sono le informazioni essenziali e significative in una tale mole di materiale (rapporti, indici di difficoltà delle domande, curva dei livelli di apprendimento, ...)? Quanti anni occorrono perché le pratiche didattiche, a volte ancorate a routine decennali, possano trarre impulso da queste ricerche? E come combattere contro l’influsso determinante dei contesti socioculturali, magari in zone dove la corruzione e l’evasione fiscale dominano? Allo stupore si accompagna lo sgomento. I partecipanti a questo ciclo di seminari mostrano che ci sono scuole volenterose e interessate, che vanno aiutate a trarre un beneficio reale da tutta l’operazione che, se ha ricadute importanti sul sistema, può averne anche all’interno delle scuole, purché non siano lasciate a se stesse. Il momento in cui i dati vengono scaricati è solo il primo atto di un processo comunque impegnativo.



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COMMENTI
06/01/2012 - La mia esperienza (FRANCO TORNAGHI)

"E’ ancora tutto da dimostrare che l’Invalsi sia un termometro": non sono d'accordo. Volenti o nolenti lo è, come da sempre lo è ogni confronto delle scuole su una medesima traccia esterna, cioè l'Esame di Stato. Accetto qualsiasi lotta perché il termometro sia sempre più preciso, ben tarato, periodicamente controllato. Anzi, avendo qualche passione statistica,mi sono interessato da un decennio al problema esattamente perché pur ritenendo indispensabile la valutazione della scuola a tutti i livelli (DS, docenti...) non volevo correre il rischio di essere valutato come se la scuola fosse una fabbrica che produce bulloni. Come dice Notarbartolo il problema dell'analisi dei dati è fondamentale: girando ad aiutare a leggere i risultati INVALSI in Lombardia, Sicilia, Calabria e Campania posso dire che è forse uno dei problemi principali, al quale sarebbe opportuno porre maggiore attenzione da parte del Ministero. Non è colpa delle scuole se in esse mancano spesso docenti con le competenze necessarie per interpretare correttamente i grafici e i risultati restituiti dall'INVALSI. E una cattiva interpretazione rischia di essere un ulteriore elemento di diffidenza verso quella che invece è, a mio avviso, una esigenza irrinunciabile: la valutazione esterna. Che, sia chiaro, non può sostituire la valutazione interna ma deve con essa integrarsi. L'autoreferenzialità è ancora il criterio dominante: perché non smettere di esser conservatori e osare qualche passo in direzioni nuove?

 
05/01/2012 - L’Invalsi non è un termometro diagnostico (Vincenzo Pascuzzi)

E’ ancora tutto da dimostrare che l’Invalsi sia un termometro. Di sicuro è oggetto di contrapposizioni. Poi lo stesso Invalsi non è stato affatto validato né da Olli Rehn né dalla Ue. Anche se questo equivoco (o inganno?) circola da un po’. La Ue con la richiesta n. 13 ha solo e semplicemente chiesto chiarimenti su una questione. Così scrivevo giusto un mese fa: “Esistono aspri contrasti, ostilità motivate sul ruolo dell’Invalsi e sul senso, sulla validità, sugli scopi dei suoi test o prove di valutazione degli studenti e, tramite essi, dei docenti e poi delle scuole (5) (6). Perciò può essere opportuno soprassedere, chiarire, non imporre i test Invalsi con forzature e magari accampando pretestuosamente le richieste dell’Ue. Queste ultime probabilmente sono conseguenze di malaccorte mosse del governo precedente che il 26.10.2011 aveva inviato alla Ue la nota lettera di intenti con poche righe dedicate a scuola e università. Indicazioni vaghe e generiche in cui però compaiono le sigle INVALSI e ANVUR buttate lì forse per fare impressione. E’ ben possibile perciò che alla Ue si siano incuriositi o insospettiti e abbiano chiesto chiarimenti (7).” vedere: http://www.gildavenezia.it/docs/Archivio/2011/dic2011/meglio_ridurre.htm

RISPOSTA:

Grazie del suo commento. Può senz'altro essere che in ottobre siano state date "indicazioni vaghe e generiche in cui però compaiono le sigle INVALSI e ANVUR buttate lì forse per fare impressione", ma l'INVALSI non è una "sigla": quello delle misurazioni standardizzate è forse uno dei pochi temi di politica scolastica che ha attraversato governi di differente colore. Si può non essere d'accordo, ma la necessità di una qualche misurazione comparativa sulla scuola, se non altro perché ci costa parecchio, sta diventando un'evidenza, e non come input dell'UE: era questo che coglievo in tralice da sintomi diversi. Forse è uno dei pochi punti che farà saltare l'ingessatura storica della scuola: anche se spero anche io, con Raffaello Vignali (v. editoriale), cha una vera liberalizzazione interessi finalmente la scuola. DN

 
05/01/2012 - La suola con i calzoncini corti (enrico maranzana)

“Quali sono le caratteristiche dei programmi di ristrutturazione per le scuole che hanno risultati insoddisfacenti nelle prove Invalsi?” questione che sottolinea l’importanza di ”prendere molto sul serio i dati loro inviati: da qui la sensibilizzazione dei futuri dirigenti”. Si tratta di un’impostazione che assegna alla scuola un carattere non autonomo, d’immaturità che deriva dall’ignoranza dei traguardi da conseguire, che si muove a tentoni, che chiede a terze persone se sono state “buone e brave”. Perché ci si è dimenticati che il collegio dei docenti ha il compito di “Valutare periodicamente l'andamento complessivo dell'azione didattica per verificarne l'efficacia in rapporto agli orientamenti e agli OBIETTIVI PROGRAMMATI, proponendo, ove necessario, opportune misure per il miglioramento dell'attività scolastica”? I “10 mila istituti “sensibilizzati” a rendere pubblico anche il loro Piano dell'offerta formativa” mostrando dati, solamente dati .. esclusivamente dati .. unicamente dati occulteranno il fatto che i loro traguardi sono indeterminati, che non conoscono cosa sia la progettualità, che il coordinamento didattico è una chimera, che hanno cestinato la norma che “rafforza il principio di distinzione tra le funzioni di indirizzo e controllo spettanti agli organi di governo e le funzioni di gestione amministrativa spettanti alla dirigenza”.