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UNIVERSITA’/ Tre buone ragioni per aumentare le tasse

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Proteste all'Università di Torino (Infophoto)  Proteste all'Università di Torino (Infophoto)

Nelle ultime settimane prima della pausa natalizia, è stata improvvisamente sollevata all’opinione pubblica la questione delle rette pagate dagli studenti universitari: una associazione studentesca ha ottenuto una sentenza favorevole da parte del TAR, il quale ha sancito che un ateneo (Università degli Studi di Pavia) debba restituire parte del gettito derivante dalla contribuzione studentesca agli studenti. Un DPR del lontano 1997, infatti, prevede che, per ciascuna università, il gettito complessivo della contribuzione studentesca non possa eccedere il 20% del fondo di finanziamento ordinario da essa ricevuto dallo Stato. Poiché nell’ateneo di Pavia il gettito era di poco superiore (circa 21%), l’eccedenza dovrà essere restituita agli studenti. Il fatto specifico ha, nei fatti, imposto una riflessione generale per tutto il sistema universitario, poiché le università che superano il limite del 20% sono numerose, addirittura la maggioranza degli atenei statali (dati del Sole 24 Ore del 22 novembre 2011).

Molti opinionisti ed esperti hanno commentato la situazione, dividendosi tra coloro che sostengono la necessità di tutelare l’istruzione superiore pubblica, mantenendo una sostanziale gratuità dell’università, e coloro che invece invocano tasse elevate per finanziare gli studi superiori. In questo commento, vorrei proporre alcune argomentazioni che giustificano la mia propensione per questa seconda visione.

Primo. Un sistema di istruzione universitaria gratuito (o quasi), come quello attuale, è molto iniquo. Per essere gratuito, il sistema deve essere finanziato dalla fiscalità generale ossia, per definizione, anche da coloro i cui figli non frequentano l’università. Poiché, in media, i figli delle famiglie meno abbienti hanno meno probabilità di frequentare l’università, il finanziamento pubblico agli atenei è di fatto regressivo. Inoltre, l’ottenimento di un titolo universitario comporta un beneficio in parte privato (maggiore reddito, migliore status sociale), pertanto sarebbe più equo che i diretti beneficiari sostenessero anche il costo dell’istruzione per l’ottenimento di questo titolo; da questo punto di vista, la retta pagata dagli studenti non si configura come una “tassa”, ma come il corrispettivo di un servizio (beneficio).

Si potrà obiettare che, in assenza di sussidi per i soggetti più poveri, questi ultimi non potrebbero iscriversi all’università a causa di rette troppo elevate. Questa obiezione è non solo ragionevole, ma corretta; tuttavia, la soluzione non può risiedere nel finanziamento pubblico indiscriminato, bensì nell’aumento delle borse di studio disponibili per gli studenti “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi” (articolo 34 della Costituzione). In questa prospettiva, sarebbe a mio avviso auspicabile un sistema universitario basato su rette elevate e numerose borse di studio (o prestiti, o forme miste di questi strumenti).



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COMMENTI
06/01/2012 - Ma che regolamento è? (Alberto Consorteria)

Spiegate meglio, ditemi se ho capito male: quindi se lo stato diminuisce i soldi dati alle università, per legge uno stramaledetto decreto e un giudice zelota devono anche levare all'università i soldi derivanti dalle rette? Curioso fenomeno questo: legislazione stupida (che leva quando viene levato, impoverendo di più l'impoverito), università scadente, magistratura incompetente. Ma i problemi della mancata crescita non erano le mign----e di Berlusconi?