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SCIOPERO SCUOLA/ Tutto, fuorché una "lotta"...

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Studenti e docenti in corteo venerdì (InfoPhoto)  Studenti e docenti in corteo venerdì (InfoPhoto)

La tradizionale pasquetta di ieri è tutto fuorché una lotta. Al punto che gli studenti camminavano a braccetto degli insegnanti. Ossia di quella «generazione sfortunata» che vuole imporre la propria frustrazione, la propria rabbia di potere. Ma se sono tanto delusi, se entrando in classe comunicano ormai soltanto la loro acidità, perché non cambiano mestiere? Non hanno mostrato le ragioni, il fascino, l’energia per sostenere la fatica quotidiana dello studio: hanno fatto della scuola un luogo da cui è bello scappare. E ieri, pur di sfogarsi, hanno lasciato allo sbaraglio decine di migliaia di ragazzi, e ne hanno abbandonato altre migliaia, tra quelli che erano entrati, magari in pochi: perché quando in classe ce ne sono 30, sono troppi; quando invece sono 3, sono pochi, e allora meglio andarsene a fare altro, come se quei 3 fossero 0.

Anch’io vorrei non essere precario, che gli stipendi fossero più alti, che fosse ritirato il concorsone. Ma so che il vero problema viene prima: ed è la ragione – cioè l’attrattiva – per cui vale la pena entrare a scuola. Se tutto fosse a posto ma non accadesse una novità nel mio sguardo sulle solite cose, a cosa servirebbe? 

Avete letto Il barone rampante di Italo Calvino? La storia di quel ragazzo che salì sugli alberi e ci rimase ostinatamente, diffondendo le sue idee per un mondo più giusto? A un certo punto prese il «quaderno della doglianza e della contentezza» e chiese a ciascuno, come fanno tanti insegnanti, di scrivere cosa andava bene e cosa andava male del mondo. Quando il quaderno tornò a lui, e gli toccava annotare il suo desiderio più profondo, ebbe un colpo di genio, e mandò all’aria tutte le sue idee. Scrisse semplicemente il nome della ragazza che amava, e che avrebbe voluto rivedere: Viola. 

Quello che davvero vogliamo tutti è qualcosa o qualcuno per cui valga la pena stare in classe. Ieri ho chiesto ad alcuni miei alunni per quale motivo fossero a scuola. Non posso più scordarmi gli occhi celesti di Vittoria: «Per lei, prof». «Veramente?» ho incalzato. Il suo silenzio imbarazzato era segno di sincerità. Aveva un motivo per non svendersi al niente. Il che non significa che io sia bravo, ma testimonia che razza di responsabilità abbiamo, quanta domanda ci viene addosso da quegli occhi. Cosa saremmo con 50 euro o 10 computer in più ma senza gli occhi di Vittoria? Che motivo avremmo per entrare in classe ogni mattina?



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COMMENTI
14/10/2012 - BRAVO! (Maria Rizzuto)

Sono d'accordo con te. Ottimo articolo!