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SCUOLA/ A chi giova la "guerra" tra busta paga e vocazione?

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Una tale banalità – che è perfettamente evidente agli insegnanti – è sempre meno legittimata all’esterno della scuola, in quello che possiamo definire “lo spirito dei tempi”. Ne consegue un declino di legittimità nel quale tutti (insegnanti e studenti) finiscono per essere coinvolti. I primi hanno la percezione di non essere considerati utili bensì marginali, i secondi vivono nella convinzione di compiere un percorso inadatto, sempre meno necessario, sempre meno vantaggioso.

Si esce dalla crisi della scuola recuperando la coscienza della radicale importanza dei contenuti e quindi quella di chi, per professione, deve trasmetterli. Ma è proprio in quest’ambito che si registra la maggiore fragilità del sistema. La soluzione burocratico-procedurale che avvia le folle di aspiranti all’insegnamento lungo un corridoio infinito di attese e di graduatorie è, in realtà, assolutamente interna a questo quadro delegittimante e finisce per alimentarlo. Fare della strada per l’insegnamento un vero e proprio percorso di guerra, nel quale intere generazioni di insegnanti restano intrappolate nella precarietà, fa sì che tanto i contenuti quanto la qualità della comunicazione diventano problemi secondari dinanzi allo “sciame sismico” di una professione che non arriva mai a definirsi. Soprattutto se deve lavorare “in salita” lottando contemporaneamente contro una delegittimazione che ne mina la credibilità e ne abbassa le motivazioni.

Se entrambi i problemi che affliggono la scuola, e che qui abbiamo individuato, vengono dall’esterno di questa (e se c’è magari responsabilità, questa risiede solo nell’averli affrontati in maniera funzionale al consenso politico ma irresponsabile nei suoi risultati) anche la soluzione non può essere solamente interna. Occorre certamente riaprire il mercato del lavoro fuori dalla scuola, liberandola da pesi e responsabilità che non le appartengono e che non sta a lei risolvere. Ma occorre anche recuperare la dignità delle funzioni in un processo di reciproco riconoscimento. A quello di una funzione insegnante da restituire al suo prestigio (e quindi anche ai suoi doveri ed alle sue responsabilità educative) va riconosciuta anche una funzione discente da recuperare al desiderio di verità che la anima e che ne costituisce l’anima reale. Gli insegnanti non sono affatto degli incompetenti, così come gli studenti non sono affatto dei giullari in perenne fuga dall’aula.

Ora mi sembra che queste evidenze siano in realtà molto meno sottolineate di quanto non si creda. Quando un giornale autorevole come il Corriere della Sera contrappone la professione alla vocazione (“Insegnare è una professione, non una missione”, intervista a Gianfranco Giovannone, 7 ottobre 2012), finisce con lo sposare in pieno la sindrome utilitarista che dovrebbe combattere. Esattamente come ridurre l’insegnante ad un compilatore di domande con la valigia sulla porta è parte integrante di un identico processo di delegittimazione. 



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COMMENTI
17/10/2012 - Scuola e non ufficio di collocamento (Moeller Martin)

Come Lei scrive, sarebbe 'una tale banalità' ma a tuttora nel comune pensiero italiano si confonde la scuola con l'uffcio di collocamento. Oltretutto lo stesso mondo del lavoro trarrebbe solo benefici da persone più istruite e meglio formate. Riguardo al merito invece, è necessario uno schema più ampio perchè non si può premiare il merito senza nel contempo colpire il demerito.