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SCUOLA/ L'autonomia non c'è, ecco perché il ddl Aprea farà la differenza

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Valentina Aprea (InfoPhoto)  Valentina Aprea (InfoPhoto)

E’ interessante notare come i giudizi intorno al disegno di legge sull’autogoverno delle istituzioni scolastiche statali, ex-legge Aprea, oscillino dagli allarmi per una fantomatica privatizzazione del sistema scolastico ai rammarichi per la mancata decisa spinta verso l’autonomia scolastica contenuta nel disegno originario.

Sarebbe una legge quindi che è troppo per alcuni e contemporaneamente troppo poco per altri. Il testo finale licenziato dalla Camera risente in effetti di una storica difficoltà - politica, amministrativa, sindacale e di opinione pubblica - nel condividere stabilmente un deciso percorso per un nuovo assetto della struttura del sistema educativo, a partire dalle questioni cruciali dell’autonomia scolastica e del decentramento.

Bisogna contestualmente riconoscere la novità della convergenza dei due maggiori partiti italiani e che il testo va nella direzione giusta. In un Paese dove l’autonomia scolastica definita per legge e riconosciuta a livello costituzionale è costantemente negata per via amministrativa, dove i dirigenti scolastici evitano in gran parte di esercitare persino gli ambiti di autonomia loro concessi e dove gli organi di governo della scuola sono fermi ad un’idea di partecipazione degli anni 70, non si possono sottovalutare le positive novità contenute nel ddl 953.

Entro quindi in dialogo con Annamaria Poggi – a cui si deve riconoscere il costante impegno per un’attuazione dei principi costituzionali di autonomia scolastica e decentramento anche nel recente tentativo di giungere ad un Accordo Stato-Regioni per l’attuazione del Titolo V della Costituzione in materia di istruzione –, per spiegare le motivazioni che mi portano a non condividere il suo giudizio espresso su queste pagine secondo cui il testo della legge appena approvata alla Camera “non solo non comporta nessuna aggiunta reale all’autonomia delle scuole, ma anzi complica il quadro”.

Innanzitutto il passaggio ad un’autonomia statutaria, ben lungi dal non trovare spazi di esercizio, offre alle scuole, spesso paralizzate dai farraginosi meccanismi di rappresentanza, una reale possibilità di libertà di organizzazione interna che non hanno mai conosciuto nella loro recente storia. E’ vero che gli organi sono dati, ma lo Statuto ed i regolamenti interni ne definiranno le modalità di funzionamento. Si tratterà poi per le scuole di evitare di replicare le regole preesistenti e di adottare statuti fotocopia - magari forniti dall’amministrazione centrale -,  ma la norma apre uno spazio per l’esercizio di una libertà e questo è ciò che conta.

In secondo luogo il Consiglio dell’autonomia non è la replica del Consiglio di istituto, potendosi aprire a due membri delle “realtà culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi” del territorio. Ciò può essere un grande stimolo perché la scuola entri in attiva relazione con la società locale ed il sistema produttivo. 



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