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SCUOLA/ Chiosso: perché non iniziamo a valutare (bene) il lavoro dei prof?

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Occorre valutare i docenti (InfoPhoto)  Occorre valutare i docenti (InfoPhoto)

La formazione come azione costante di miglioramento della qualità dell’azione educativa e didattica, la valutazione come occasione per tenere sotto controllo non solo le scuole, ma anche per valorizzare chi se lo merita e individuare chi invece prende lo stipendio a sbafo.

Non si può chiedere tutto a un ministro che ha prospettive di governo di sei-sette mesi. Ma se il prof. Profumo riuscisse a mettere qualche tassello a posto, per esempio, nella prospettiva di dar vita a un sistema di valutazione degli insegnanti – presupposto per il superamento degli automatismi stipendiali – non sarebbe male. Non mancano nelle esperienze di altri Paesi e nella letteratura scientifica indicazioni utili per capire come si potrebbe agire.  

Qualcosa, del resto, è già stato fatto anche da noi. Due anni orsono il Miur infatti promosse, con il concorso della Fondazione per la Scuola di Torino, una significativa sperimentazione per cominciare a esplorare come valutare i docenti. I risultati – nonostante le resistenze di ogni tipo incontrate dall’iniziativa – furono interessanti in specie circa la validità e praticabilità del modello perseguito e cioè quello cosiddetto “reputazionale”. Non se n’è più saputo nulla e il rapporto finale giace probabilmente in qualche cassetto del ministero. Perché non riprenderlo subito e di lì ripartire per mettere in atto un intervento progettuale più ampio?

Il modello “reputazionale” è molto interessante perché non si affida all’aridità delle sole procedure, ma si basa sulle persone e, in particolare, sulla raccolta incrociata di dati obbiettivi e di informazioni tra i colleghi, i genitori, gli studenti circa la stima – la reputazione, per l’appunto –  goduta dai docenti. Si tratta di un modello molto flessibile, meno rigido e deterministico, per esempio, di quello che fa invece prevalente perno sui risultati degli allievi (la qualità di un docente, in questo caso, viene stimata in rapporto al successo scolastico dei suoi alunni). 

Il ricorso alla reputazione dei singoli insegnanti presenta anche un altro pregio in quanto è meno esposto alla soggettività di un altro modello al quale si potrebbe ricorrere (e in alcuni Paesi europei in effetti si ricorre), e cioè la valutazione affidata ai dirigenti e al corpo ispettivo. Esso infatti  amplia l’area di giudizio non solo a più persone, ma anche agli attori non professionali direttamente interessati al buon andamento della scuola.   

Naturalmente nessun metodo è perfetto al 100 per cento. Ho fatto riferimento al modello “reputazionale” perché su questo esiste già del materiale da cui far ripartire il discorso e il confronto con i sindacati. Finora questi ultimi hanno fatto orecchie da mercante e hanno cercato di tenere alla larga il più possibile ogni tipo di valutazione. Se il ministro riuscisse a scalfire, anche poco, questo atteggiamento con una proposta significativa, sarebbe un bel passo in avanti.

 



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COMMENTI
17/10/2012 - ? (martino bellani)

...tempo-lavoro ridotto come cento anni fa. Se è una battuta, non fa ridere.