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SCUOLA/ Ecco perché i tecnocrati "temono" l'ora di religione

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L’Irc invece rimane meno trasformabile perché trae la sua origine, il suo contenuto e la sua linfa dall’avvenimento cristiano presente nella Chiesa e da quello che, nella storia passata e nel presente del nostro paese, quel fatto irriducibile ha generato e continua a produrre come concezione dell’uomo e del mondo, cioè come cultura. Legata indissolubilmente al corpo  della Chiesa che ne garantisce la fecondità sempre nuova e la vitalità, l’ Irc è per sua natura luogo nella scuola dove si può riaccendere l’umano proprio perché allo studente è chiesto di usare la ragione per confrontare gradualmente le domande che emergono dal suo incontro con la realtà con la risposta offerta da quella tradizione, particolare e universale allo stesso tempo, proveniente da quell’Uomo. Proprio perché metodologicamente basata sull’uso della ragione, essendo una disciplina scolastica a tutti gli effetti che ha come scopo l’apprendimento, l’Irc è per tutti quelli che ne vogliano usufruire e non siano impediti da pregiudizi ideologici o da dettami religiosi. 

Esiste però una grande condizione perché la piena potenzialità educativa dell’Irc possa dispiegarsi: che chi insegna questa disciplina sia sempre più consapevole del suo valore e della posta in gioco. Siccome non esiste una materia scolastica in astratto, ma solo in atto in chi la insegna, è necessario che i docenti di religione, nell’alveo di un’appartenenza ecclesiale consapevole, intanto svolgano per sé quel cammino personale di verifica senza il quale, anche riproponendone correttamente i contenuti, la tradizione diventa “lettera morta”. E poi che trovino luoghi di formazione e di confronto professionale adeguati, allo scopo di evitare quelle riduzioni dell’ Irc ad intrattenimento etico che rende la l’ora di religione molto simile, paradossalmente, a quanto chiede il ministro.



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