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SCUOLA/ Se i 100 e lode dicono come cambiare l'esame di Stato

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Il ministero ha reso noti i dati relativi agli esiti dell’esame di Stato del II ciclo, altrimenti noto come esame di maturità. La stampa ha dato vasta eco ai dati, con tabelle e grafici di riferimento: aumentano i licenziati, i punteggi si distribuiscono più che in passato sulla fascia medio-alta sfoltendo le due code (i 60 e i 100), calano notevolmente i 100 con lode. La pubblicazione dei voti dell’esame di maturità non è una di quelle notizie che si aspettano con ansia. Se c’è una cosa che è diventata sempre più chiara in questi ultimi anni è lo scarso valore informativo dei voti scolastici, sia per la loro opacità (non corrispondono a capacità univocamente descrivibili), sia per la loro scarsa attendibilità (all’otto possono corrispondere performance molto diverse non solo da scuola a scuola, ma persino da sezione a sezione). Ragionare quindi su una entità così poco determinata ha per me qualcosa di inquietante. Non si potrebbe certo dire che i ragazzi siano diventati meno bravi analizzando il variare verso il basso dei voti in uscita, e questo per motivi molto precisi.

Innanzitutto le prove d’esame hanno un carattere di standardizzazione quasi nullo, se consideriamo anche solo un aspetto molto parziale: la prova di matematica del liceo scientifico (!) non ha una sua griglia per l’attribuzione del punteggio condivisa a livello nazionale, tanto che lo stesso voto può essere assegnato a compiti totalmente diversi. Inoltre, come hanno ben mostrato i diversi Rapporti Invalsi sulla prima prova scritta (il compito di italiano), i voti assegnati dalle commissioni d’esame non sono espressione in maniera diretta delle capacità di scrivere dei ragazzi, ma sono molto più significativamente correlati al credito scolastico, tanto che compiti anche molto scadenti sotto diversi punti di vista (ideativo, lessicale ecc.) vengono valutati positivamente. Del resto, le quattro tipologie dello scritto di italiano presentano un grado di difficoltà molto variabile: è difficile sostenere che si equivalgano voti uguali dati su consegne molto differenti: articolare un saggio breve dal punto di vista logico-argomentativo ha una complessità diversa dal seguire diligentemente la traccia già strutturata dell’analisi testuale.

Infine, il “meglio” e il “peggio” in questo contesto sono concetti assai vaghi. Come è noto, uno dei problemi tecnici che lo stesso Invalsi sta affrontando, ma sulle ben più solide prove standardizzate, è l’ancoraggio fra loro di prove lontane nel tempo, specialmente della Prova Nazionale nell’esame di III secondaria di I grado da un anno scolastico all’altro, in modo da tenere sotto controllo il suo grado di difficoltà. Per il calcolo del valore aggiunto (la crescita nel tempo degli apprendimenti) è necessario mettere a punto oltre agli ancoraggi una serie di controlli tecnici piuttosto sofisticati. Ecco perché la variabilità dei voti dell’esame di maturità non segnala in fondo se non un aumento (positivo ma generico) di achievement press (v. il mio articolo precedente). 



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COMMENTI
03/10/2012 - Tirare acqua al mulino Invalsi? (Vincenzo Pascuzzi)

Tirare acqua al mulino dell'Invalsi? Intanto il titolo dell'articolo di D.N. mette su una strada sbagliata. Al più i 100 e lode possono suggerire di modificare l'Esame di Stato, di certo non come e non necessariamente con prove standardizzate made in Invalsi. Infatti le lodi - la pagliuzza - sono pari allo 0,6% dei maturati, cioè meno di 3.000 diplomati su circa 450.000. La presunzione e l'aspettativa che la distribuzione geografica di queste lodi debba essere quasi uniforme sul territorio nazionale non ha fondamenta certe, incontrovertibili e dimostrabili. E' appunto una presunzione. Utile potrebbe essere invece approfondire e confrontare la media dei voti e la loro distribuzione tenendo conto del tipo di scuola. Questioni certamente più importanti - la trave, anzi le travi - sono quelle complessive relative alla scuola superiore: la dispersione (entrano circa 600.000 ragazzi e ne escono 450.000), la percentuale di diplomati dopo 6 anni invece di 5, l'accumulo dei voti di diploma nella parte bassa della scala (da 60 a 64). E poi, guardando fuori d'Italia: la Francia con l'8% in più di popolazione, diploma ogni anno 700.000 ragazzi e ragazze. Ma forse lo scopo dell'articolo era quello di tirare comunque un po' d'acqua al mulino dell'Invalsi?