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SCUOLA/ Ecco qual è il vero errore delle 6 ore (in più) di Profumo

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Il Rapporto dell’Ocse Education at a glance 2012 ci ha detto che gli insegnanti italiani rispetto ai colleghi europei lavorano poco, sono troppi e percepiscono stipendi bassi. Ammesso che questi dati corrispondano al vero, ogni intervento correttivo, anche duro, sarebbe comunque comprensibile ed anche accettato nella scuola  se inserito appunto  in un contesto di valorizzazione delle competenze professionali degli insegnanti e di rafforzamento dell’autonomia della scuola. 

Invece di tutto questo non vi è traccia. In questi mesi su alcune questioni importanti per la vita della scuola abbiamo visto riemergere la vecchia logica, quella di un rigido centralismo. Sembra questo il filo rosso che ha accomunato la gestione dell’avvio del Tfa, il nuovo concorso per il reclutamento così come la decisione di prolungare l’orario di insegnamento nella secondaria. Rigidità e centralismo: il contrario di quella flessibilità, di quella sussidiarietà, di quella capacità di accountability che caratterizzano i migliori sistemi scolastici mondiali. 

Tutti quei motivi per cui, nell’indagine Istat del 2007, il 78,3% dei docenti affermava che, potendo ricominciare, avrebbe scelto di nuovo lo stesso lavoro − e cioè il rapporto con gli studenti, la passione per l’insegnamento, la possibilità di mettere nel lavoro la creatività, il rapporto con i colleghi; anche se proprio queste cose vengono costantemente ignorate e quasi mai riconosciute e valorizzate, non ultimo dal punto di vista economico. 

È giunto il momento invece di andare davvero a guardare cosa accade dentro la scuola reale e quindi a considerare e mettere al centro, finalmente, proprio questi aspetti del mestiere dell’insegnante per troppo tempo ignorati: non “le ore in più”, “i progetti in più” ma l’impegno nella ricerca didattica e metodologica, nell’aggiornamento professionale, la volontà di farsi carico di situazioni, la disponibilità al miglioramento di relazioni con studenti e genitori…

Dunque, se è davvero condivisa la consapevolezza che nell’esperienza scolastica tutto dipende dall’iniziativa dei suoi protagonisti, docenti e dirigenti, è necessario contrastare ogni azione che mortifichi la professionalità insegnante e riduca l’autonomia della scuola, esattamente perché va contro la possibilità di fare della scuola un luogo “vivo”, capace di educare, cioè di far crescere i giovani. 

C’è dunque da augurarsi che il governo faccia rapidamente marcia indietro sul provvedimento, ma soprattutto che questa sia l’occasione perché il dibattito sulla scuola e sulla professionalità docente non sia ridotta – parafrasando un noto film di Sergio Leone − ad una questione di  “qualche ora in più”.

 



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