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SCUOLA/ Quei giovani "choosy", senza sacrificio e passioni, figli dell'eterno 68

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Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero (InfoPhoto)  Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero (InfoPhoto)

Dobbiamo aiutare i nostri giovani a costruirsi un’esperienza di vita, anzitutto. Attraverso le tante palestre, che sono anche (non solo) i mondi del lavoro. Sapendo che non sono i pezzi di carta, laurea o diploma, che alla fin fine contano. I pezzi di carta certificano alcuni standard di partenza, ma questi non bastano più, come si riteneva anche nel recente passato. Contano le competenze spendibili, conta la passione, conta l’originalità del proprio apporto all’interno di un team, conta dimostrare di essere “svegli” ed aperti alle sempre nuove complessità.

Ci vorrebbe davvero un Piano Marshall in Italia, per ridare speranza alle nuove generazioni. Capace di ridisegnare l’offerta formativa delle università e delle scuole, ai fini della reale “occupabilità dei titoli di studio”, capace di riscrivere in toto i diritti e le responsabilità, in ragione dei risultati, non della difesa “a prescindere” di un posto di lavoro, capace di ridare invece slancio agli ascensori sociali, secondo il merito e la pari dignità di tutti i percorsi di studio e di tutte le professioni.

Il lavoro come palestra di vita, prima del profilo professionale, capace di tradursi in un curriculum vitale dinamico, è il migliore lasciapassare verso la “società aperta” del nostro villaggio globalizzato. Questo nuovo “villaggio senza confini” ha portato alla moltiplicazione dei centri di interesse, ha portato cioè alla affermazione di una società multiculturale, con l’integrazione di interessi, convinzioni, lingue, costumi di vita.

I nostri giovani, in particolare, dobbiamo educarli a girare il mondo, a vivere in questo contesto “glo-cale”, cioè globale e locale assieme, liberi di scegliersi i destini personali (alla ricerca di un lavoro e di un proprio stile di vita, disponibili a quella ricchezza creativa che tanti nostri imprenditori stanno cercando, che sta permettendo a tanti nostri ricercatori di vincere borse di studio in mezzo mondo). Così si svincolano dalla vecchia pratica assistenzialistica, dalla “coltura”, più che “cultura”, di soli diritti, pretesi senza un corrispettivo di responsabilità personale e sociale.

Giovani, perciò, aperti e appassionati alla vita, disposti al sacrificio. Capaci di “avventura”, sapendo che la parola avventura nasce dal latino dei Franchi come un neutro plurale, “ad ventura”, cioè “le cose che ci vengono incontro”. Ma, attenzione, le cose ci vengono incontro solo a patto che andiamo verso di loro. Serve un protagonismo giovanile diverso da quello del ’68, quel ’68 che ha riempito tutto il nostro frasario di tante e troppe parole d’ordine, e che si è reso responsabile in positivo della rottura verso un passato vecchio, ma che, in negativo, ha creato le condizioni delle nostre attuali contraddizioni fatte di centralismo, assistenzialismo, benessere finanziato dalle generazioni future.

Noi auguriamo a tutti i nostri giovani di coltivare il gusto di “andare verso le cose”, al di là dei limiti delle nostre famiglie e del “familismo statale”; anche dei limiti della nostra scuola, della nostra università, di un mondo del lavoro che continua a privilegiare i garantiti e non, ci perdoni il ministro Profumo, i più meritevoli.

 



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COMMENTI
25/10/2012 - Risposta alla Sig.ra Giuliana da imprenditore (Moeller Martin)

Da imprenditore anche se piccolo, posso assicurarle che il curriculum da Lei ipotizzato finisce diritto nel cestino. Piaccia o no, deve dimostrare di sapere inseguire il proprio obbiettivo in modo inflessibile e con coerenza e non può dare l'impressione di essere una bandieruola che cambia idea ogni due per tre. Se poi vuole o deve trovare un lavoretto, sia nel campo degli hamburger ed eviti di menzionarlo nel suo curriculum. Auguri

 
24/10/2012 - Sì è vero però... (Carlo Cerofolini)

E' vero l'Italia è affetta da sessantottismo, però sentirsi fare le prediche da chi ha fatto e fa parte alla grande del sistema, effettivamente stride un po' soprattutto se si considerano i disastri: tasse su tasse, recessione in progress, esodati, riforma del lavoro ingessante, fiscal compact da 50 miliardi annui per 20 anni, ecc.. fatti dal sobrio governo degli ottimati non eletti.

 
24/10/2012 - "Prendete la prima" (Giuliana Zanello)

Vorrei fare una domanda, diciamo così, pratica. Facciamo finta che io sia un giovane laureato, mettiamo in chimica. Che abbia voglia di lavorare ma, nel contempo, anche bisogno di guadagnare qualcosa perché la mia famiglia è ormai dissanguata. Che pertanto, 'prenda la prima' e vada a scaricare pacchi da qualche parte, poi faccia il badante per un anziano, poi vada a lavorare in una pizzaeria a Londra, poi a raccogliere pomodori in Campania.... perché sono queste le 'prime' che in Italia toccano a chi non ha, come si dice, 'santi in paradiso'. Quando, dopo tre o quattro anni, spedirò il mio curriculum ad aziende varie (trentenne, ormai), che cosa diranno all'ufficio del personale? 'Che bravo giovane, serio ed attivo! Una garanzia!' o piuttosto 'Questa laurea ormai è ammuffita, s'è dimenticato tutto quello che ha studiato e poi non ha ambizione'? Non è una domanda retorica, vorrei avere una risposta da chi ha sottomano un po' di dati statistici.

RISPOSTA:

Gentile lettrice, grazie della sua osservazione. Che va al cuore del problema lavoro oggi. Anzitutto, si tratta di verificare le situazioni nella loro realtà. Faccio un esempio. Parliamo in questo caso dei laureati, sapendo bene che il tema del lavoro riguarda tutti, e tutte le fasce di età. Limitandosi al mondo giovanile, cioè dai 16 ai 35 anni circa, noi sappiamo già oggi che le lauree, come i diplomi, in termini di "occupabilità", non hanno tutti lo stesso valore. Chi, ad esempio, ha una laurea in ingegneria e in economia sa che ha molte piú possibilità rispetto ad un laureato in un percorso umanistico. Non solo. Chi ha una laurea in lettere sa anche che le opportunità ovvie nel passato, cioè nella scuola, sono oggi pari a zero. Basta dare un'occhiata alle graduatorie di istituto. Succede così: oggi oltre la metà dei laureati ha come reali possibilità contesti comunque lontani dal proprio percorso di studio. Parlo di frammenti contrattuali, non certo di contratti a tempo indeterminato. Tant'è, come ha più volte rilevato Alma Laurea, che il 48% dei laureati, alla fine degli studi, si è reso conto che non ha fatto la scelta giusta, per la scuola media superiore, nel senso che l'errore ha poi prodotto altri errori, compresa la scelta del percorso di laurea. Noi facciamo cioè presto a dire ad un ragazzo: "segui il tuo talento", ma la chiarezza oggi sui propri talenti non è così evidente. Che dire, dunque, ai giovani di oggi? Di non perdere la speranza, di coltivare le proprie aspirazioni con dedizione e passione, ma di essere consapevoli che dovranno mostrare originalità, inventiva, disponibilità. Non solo. Dobbiamo dire che non potranno pretendere, dal giorno dopo la laurea, un posticino. Nel senso che dovranno, per un periodo, guardarsi attorno, accettando anche "lavoretti" saltuari, per garantirsi un minimo di autonomia, ma di tenere sempre alta la concentrazione sui propri studi e sulle reali opportunità. Disponibili anche ad andare dove il lavoro viene offerto, senza troppi problemi. Quando parlavo di allenamento alla vita nel mio articolo, allenamento alle sue complessità, intendevo proprio questo. Capiterà poi di trovarsi in un contesto di lavoro lontano dai propri sogni? Non è il primo, e non sarà l'ultimo caso. Capacità di adattamento. Sapendo bene, comunque, che, anche se in un contesto diverso, quelle competenze trasversali che a suo tempo sono state sviluppate in relazione ad un percorso specifico, serviranno comunque anche nel nuovo contesto di lavoro. Nulla si butta, della propria formazione, grazie a quelle competenze trasversali. Se invece uno volesse delle ricette o delle formule sicure, la cosa migliore resta sempre quella di sentirsi dire la verità, che cioè il proprio destino dipende (anche) da noi. GZ