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SCUOLA/ Quei giovani "choosy", senza sacrificio e passioni, figli dell'eterno 68

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Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero (InfoPhoto)  Il ministro del Lavoro, Elsa Fornero (InfoPhoto)

Non è mai facile dire la verità, la cruda verità. In rete c’è modo di leggere reazioni di tutti i tipi sulla battuta del ministro Elsa Fornero, cioè sul suo invito a non essere troppo “choosy”, esigenti, nella scelta di un posto di lavoro.

Una cosa ovvia, potremmo aggiungere. Ma meglio non sentirsela dire questa semplice verità, se ha finito per scatenare l’ennesima polemica. Quindi una ovvietà non proprio ovvia, si potrebbe concludere. 

Basta dare un’occhiata agli slogan ripetuti nelle varie manifestazioni, con la richiesta allo Stato di un lavoro, di un’occupazione. Come se il lavoro dipendesse da una decreto del governo, da una legge dello Stato, da una qualche norma “assistenziale”. Forse in passato è avvenuto proprio questo, forse in alcune regioni è facile capire l’origine dei grandi deficit degli enti locali. Fatto sta, e questa è la nuda verità, che non si crea dal nulla un posto di lavoro, non basta cioè invocarlo perché poi lavoro sia, magari indifferenti ai limiti di bilancio, moltiplicando invece il disavanzo. Cioè scaricando sugli altri, in particolare sulle future generazioni, il costo di queste forme assistenziali. 

Il ministro ha ragione. Non siate “schizzinosi”, choosy, ha detto ai giovani. Occorre in misura maggiore uno spirito di positivo adattamento ad opportunità che raramente, purtroppo, sono in linea con il proprio percorso di studio, le proprie aspirazioni, le proprie competenze, i propri sogni.

Ora, questo adattarsi rappresenta comunque un valore. È sempre bene ripeterlo, questo, per offrire un filo di speranza. Adattarsi cioè ad un frammento di lavoro, magari lontano dalle proprie aspirazioni, è come allenarsi ad una complessità che, prima o poi, offrirà altre e sempre nuove opportunità. I treni nella vita, è sempre bene ripeterlo, si presenteranno a tutti, prima o poi. Si tratta anzitutto di saperli riconoscere, preparati e disponibili a fare team, sempre curiosi e attenti a cogliere al volo l’essenziale intorno alle competenze richieste.

Il tema posto dalla Fornero, quindi, non merita le solite reazioni emotive o irrazionali, ma una riflessione seria, ponderata, concreta. Una riflessione che, al tempo stesso, potrebbe ricordare che la sua riforma del lavoro è ancora troppo timida, non in grado di rappresentare l’attuale complessità, ancora vincolata a modelli sorpassati, anche se apre ad un apprendistato per tutta la filiera formativa. Un primo passo, dunque.

Dall’altra, è sempre bene ricordare ai nostri giovani il valore positivo della competizione, cioè della messa a confronto, nel mondo del lavoro: è col confronto che si può imparare da tutti, in particolare dai più bravi, per essere poi in grado di offrire competenze ancora più qualificate. Mentre da noi, nel sottofondo della nostra cultura, la competizione richiama ancora un valore negativo, cioè l’idea che chi mi sta accanto mi possa rubare un qualche “spazio vitale”.



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COMMENTI
25/10/2012 - Risposta alla Sig.ra Giuliana da imprenditore (Moeller Martin)

Da imprenditore anche se piccolo, posso assicurarle che il curriculum da Lei ipotizzato finisce diritto nel cestino. Piaccia o no, deve dimostrare di sapere inseguire il proprio obbiettivo in modo inflessibile e con coerenza e non può dare l'impressione di essere una bandieruola che cambia idea ogni due per tre. Se poi vuole o deve trovare un lavoretto, sia nel campo degli hamburger ed eviti di menzionarlo nel suo curriculum. Auguri

 
24/10/2012 - Sì è vero però... (Carlo Cerofolini)

E' vero l'Italia è affetta da sessantottismo, però sentirsi fare le prediche da chi ha fatto e fa parte alla grande del sistema, effettivamente stride un po' soprattutto se si considerano i disastri: tasse su tasse, recessione in progress, esodati, riforma del lavoro ingessante, fiscal compact da 50 miliardi annui per 20 anni, ecc.. fatti dal sobrio governo degli ottimati non eletti.

 
24/10/2012 - "Prendete la prima" (Giuliana Zanello)

Vorrei fare una domanda, diciamo così, pratica. Facciamo finta che io sia un giovane laureato, mettiamo in chimica. Che abbia voglia di lavorare ma, nel contempo, anche bisogno di guadagnare qualcosa perché la mia famiglia è ormai dissanguata. Che pertanto, 'prenda la prima' e vada a scaricare pacchi da qualche parte, poi faccia il badante per un anziano, poi vada a lavorare in una pizzaeria a Londra, poi a raccogliere pomodori in Campania.... perché sono queste le 'prime' che in Italia toccano a chi non ha, come si dice, 'santi in paradiso'. Quando, dopo tre o quattro anni, spedirò il mio curriculum ad aziende varie (trentenne, ormai), che cosa diranno all'ufficio del personale? 'Che bravo giovane, serio ed attivo! Una garanzia!' o piuttosto 'Questa laurea ormai è ammuffita, s'è dimenticato tutto quello che ha studiato e poi non ha ambizione'? Non è una domanda retorica, vorrei avere una risposta da chi ha sottomano un po' di dati statistici.

RISPOSTA:

Gentile lettrice, grazie della sua osservazione. Che va al cuore del problema lavoro oggi. Anzitutto, si tratta di verificare le situazioni nella loro realtà. Faccio un esempio. Parliamo in questo caso dei laureati, sapendo bene che il tema del lavoro riguarda tutti, e tutte le fasce di età. Limitandosi al mondo giovanile, cioè dai 16 ai 35 anni circa, noi sappiamo già oggi che le lauree, come i diplomi, in termini di "occupabilità", non hanno tutti lo stesso valore. Chi, ad esempio, ha una laurea in ingegneria e in economia sa che ha molte piú possibilità rispetto ad un laureato in un percorso umanistico. Non solo. Chi ha una laurea in lettere sa anche che le opportunità ovvie nel passato, cioè nella scuola, sono oggi pari a zero. Basta dare un'occhiata alle graduatorie di istituto. Succede così: oggi oltre la metà dei laureati ha come reali possibilità contesti comunque lontani dal proprio percorso di studio. Parlo di frammenti contrattuali, non certo di contratti a tempo indeterminato. Tant'è, come ha più volte rilevato Alma Laurea, che il 48% dei laureati, alla fine degli studi, si è reso conto che non ha fatto la scelta giusta, per la scuola media superiore, nel senso che l'errore ha poi prodotto altri errori, compresa la scelta del percorso di laurea. Noi facciamo cioè presto a dire ad un ragazzo: "segui il tuo talento", ma la chiarezza oggi sui propri talenti non è così evidente. Che dire, dunque, ai giovani di oggi? Di non perdere la speranza, di coltivare le proprie aspirazioni con dedizione e passione, ma di essere consapevoli che dovranno mostrare originalità, inventiva, disponibilità. Non solo. Dobbiamo dire che non potranno pretendere, dal giorno dopo la laurea, un posticino. Nel senso che dovranno, per un periodo, guardarsi attorno, accettando anche "lavoretti" saltuari, per garantirsi un minimo di autonomia, ma di tenere sempre alta la concentrazione sui propri studi e sulle reali opportunità. Disponibili anche ad andare dove il lavoro viene offerto, senza troppi problemi. Quando parlavo di allenamento alla vita nel mio articolo, allenamento alle sue complessità, intendevo proprio questo. Capiterà poi di trovarsi in un contesto di lavoro lontano dai propri sogni? Non è il primo, e non sarà l'ultimo caso. Capacità di adattamento. Sapendo bene, comunque, che, anche se in un contesto diverso, quelle competenze trasversali che a suo tempo sono state sviluppate in relazione ad un percorso specifico, serviranno comunque anche nel nuovo contesto di lavoro. Nulla si butta, della propria formazione, grazie a quelle competenze trasversali. Se invece uno volesse delle ricette o delle formule sicure, la cosa migliore resta sempre quella di sentirsi dire la verità, che cioè il proprio destino dipende (anche) da noi. GZ