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SCUOLA/ E se tornassimo a insegnare la retorica?

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Se fino al Seicento si assisteva al dominio incontrastato della retorica, propedeutica ad ogni sapere, oggi al contrario si assiste alla trasformazione in scienza di ogni disciplina. Ne sono prova le espressioni “scienze umane”, “scienze religiose”, “scienze letterarie”, “scienze filosofiche”, “scienze della comunicazione”. Non sorprende qui tanto la richiesta che ogni disciplina abbia un suo statuto ontologico e una sua serietà di studio, quanto la presunzione che discipline che sono sempre state separate dalla scienza, perché hanno un metodo differente, debbano oggi acquisire le stesse procedure di analisi tipiche dell’ambito scientifico. Il trionfo dell’illuminismo che ha esteso le sue ramificazioni fino al positivismo ottocentesco e al neopositivismo del secolo scorso ha ridotto la complessità dell’uomo e della realtà, sottovalutando o addirittura cassando quelle numerose facoltà umane che non sono contemplate sotto l’etichetta di “scientifico”.

Ma che è rimasto nella scuola di quella disciplina che era nata nella polis greca per l’agone politico, che era stata introdotta nella cultura romana per formare l’avvocato o colui che avesse voluto intraprendere il cursus honorum, nel medioevo era una delle discipline cardine del Trivio (insieme a grammatica e dialettica) e che nel primo Quattrocento era stata alla base della cultura di un Cancelliere di Firenze come Coluccio Salutati?

Tra le discipline di un liceo attuale è contemplato l’italiano inteso, per lo più, come storia della letteratura al triennio. Al biennio lo studente affronta la teoria della comunicazione, i testi letterari (dalla novella alla poesia), si fa un’infarinatura di figure retoriche da ritrovare in una poesia. Questo accade nei migliori dei casi. E poi il ragazzo si chiederà quale sia il fine del rintracciare le figure retoriche in un testo poetico. Gli apparirà come un gioco più o meno piacevole o gli sembrerà un’assoluta perdita di tempo, senza senso e alcuna utilità.

Ma, mi chiedo io, se il ragazzo fosse posto di fronte all’evidenza che l’uso della retorica e la facoltà di persuasione sono fondamentali nella quotidianità, vengono utilizzate in modo consapevole o inconsapevole, se lo studente avvertisse il fascino di saper parlare e scrivere bene, forse non percepirebbe come insostituibile lo studio della disciplina retorica a scuola?

La retorica non coincide con l’italiano del biennio o con la storia letteraria del triennio, non può neanche essere affrontata in maniera ridotta e parziale all’interno di queste discipline. Dovrebbe essere introdotta come disciplina a sé stante. Intendiamoci, però. Concordiamo con il massimo retore latino di tutti i tempi, ovvero Cicerone. La retorica, pur se studiata a sé, non è svincolata dagli altri saperi. Il buon retore deve avere una salda cultura, la più ampia possibile, deve amare la saggezza e la verità. Altrimenti potrebbe avvalersi delle sua abilità suasorie per fini cattivi. Cicerone era ben consapevole della veridicità del detto attribuito a Catone il Censore “rem tene, verba sequentur” (ovvero “conosci gli argomenti, le parole seguiranno”). Non è possibile separare, come sostiene la prassi pedagogica contemporanea, la competenza dalla cultura. Il saper fare viene acquisito attraverso l’apprendimento di un sapere. Ancora una volta, la contemporaneità fa rima con specializzazione e separazione.

 



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