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SCUOLA/ E se tornassimo a insegnare la retorica?

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Un tempo non c’era la parcellizzazione del sapere, ma un particolare come le figure retoriche (l’ornatus) era collegato al senso più complessivo del saper ben parlare e ben scrivere, cioè saper colorire l’espressione. La cultura di un tempo sapeva tenere assieme il dettaglio con il suo significato e la sua funzione. Oggi la specializzazione e la settorializzazione degli studi rischiano di perdere di vista il disegno più complessivo. 

Per verificare se quanto affermato fin qui abbia un fondamento facciamo un piccolo sondaggio. Chiediamo ad alcuni ragazzi del triennio che cosa sia la retorica e che cosa sia la logica. Chiediamo loro dove e in quali discipline a scuola vengano applicate logica e retorica. Infine, chiediamo loro quale sia la differenza tra “persuadere” e “convincere”. L’esito del sondaggio ci direbbe che la maggior parte degli studenti di un liceo non sa esattamente cosa siano logica e retorica.

Ma allora, come può un ragazzo scrivere e parlare bene se non conosce le due discipline che sono alla base di un discorso consequenziale, logico e ben scritto?

La logica ha come fine “convincere”. “Convincere” significa dimostrare una tesi partendo da dati, ipotesi di partenza considerate veritiere, utilizzando passaggi che siano consequenziali e strettamente vincolati tra loro (il verbo latino “vincio” ha il valore di “avvinghiare”, “tenere legato”). Se sono veritieri i dati di partenza, anche il discorso sviluppato con logica avrà i caratteri della veridicità. La retorica ha come fine la persuasione, che non è di necessità collegata alla verità e alla bontà del contenuto. Si può persuadere qualcuno anche a compiere crimini efferati. 

Alla base della logica e della retorica deve esserci l’arte del pensare e del ragionare. Ma la scuola educa davvero a pensare e a ragionare? 

 



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