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SCUOLA/ E se tornassimo a insegnare la retorica?

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Quella che un tempo era l’arte del ben parlare e del ben scrivere, l’arte del persuadere, è ridotta nella scuola odierna allo studio delle figure retoriche, a una componente dell’elocutio, ovvero l’ornatus, un solo pezzo di quel gigantesco puzzle che è la retorica. 

Qualsiasi manuale di retorica antico o moderno, dal De oratore di Cicerone all’Institutio oratoria di Quintiliano, dai manuali rinascimentali all’ottimo Manuale di retorica di Bice Mortara Garavelli, presenta le cinque fasi di cui si compone la disciplina della retorica.

L’inventio insegna a recuperare gli esempi, le immagini, le storie, le prove più convincenti per sostenere una determinata tesi o per argomentare una questione posta.

Nella dispositio si impara a strutturare il discorso in modo che sia persuasivo. Così, il discorso si comporrà di un esordio, di una narrazione, di un’argomentazione della tesi propria e della confutazione dell’altrui, infine della perorazione in cui il retore dovrà assicurarsi il favore e  l’appoggio del pubblico.

Solo dopo queste prime due fasi preliminari, il retore si accinge a scrivere perseguendo le virtù dell’espressione, dalla correttezza (puritas) alla chiarezza espositiva (perspicuitas) alla bellezza del dettato (ornatus) attraverso l’uso delle figure retoriche, l’eleganza lessicale (elegantia), il ritmo e la fluidità del discorso adeguato (cursus). Questa terza parte della retorica che insegna a scrivere è chiamata elocutio.

Chiunque insegni o svolga attività in cui è centrale il rapporto con un uditorio sa bene quanto sia incisiva l’esposizione degli argomenti senza consultare appunti o libri. Chi parla deve possedere una memoria che gli permetta di esporre senza far riferimento al testo scritto o alla scaletta. Nella parte chiamata memoria il retore apprende le tecniche di mnemonica in modo da poter argomentare con sicurezza e per ore la propria tesi.

La fase conclusiva dello studio retorico comprende l’actio, in cui si apprende la mimica facciale, il tono della voce, la gestualità, la postura corretta per tenere la scena di fronte all’uditorio. 

In poche righe ho sommariamente riassunto un apprendimento teorico e pratico che nell’antichità o nel medioevo avveniva durante l’arco di interi anni, fornendo una preparazione fondamentale per l’esercizio dell’attività politica, giudiziaria, letteraria. La disciplina della retorica era una grande madre di cui si avvalevano tutti gli studiosi, non solo i poeti e i letterati, ma anche gli storiografi e gli scienziati. Solo così si può comprendere come un’opera politica come Il principe di Machiavelli (1513) e un trattato scientifico come Il dialogo sopra i due massimi sistemi (1532) di Galileo Galilei siano a buon diritto diventati due classici della letteratura italiana. Solo nei secoli successivi le discipline si sarebbero affrancate dalla grande madre retorica. Oggi giorno un saggio scientifico non è anche un testo letterario, perché non è elaborato secondo le norme dei generi letterari e della classificazione degli stili. Seguirà evidentemente le norme della correttezza linguistica e della precisione e scientificità del lessico. In nessuna antologia letteraria compariranno, però, libri storici o scientifici contemporanei. 



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