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SCUOLA/ Dire no alle 24 ore è difendere il peggiore statalismo?

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Per questo motivo, anche le recenti proteste non riescono ad appassionarmi, perché le scuole non sono dei docenti, come gli ospedali non sono dei medici, e le procure ed i tribunali non sono dei magistrati. Ma, in quanto “servizio pubblico”, sono, se così posso dire, dei cittadini.

Se la scuola è davvero compresa e considerata come “servizio”, primo investimento dei nostri ragazzi, dei nostri figli, solo allora potrà “pretendere” quell’attenzione che oggi molti rivendicano a mo’ di assioma fondamentale, mentre, come è in ogni “società aperta”, questo suo valore fondamentale va dimostrato, non preteso. Quindi non si tratta si rivendicare il valore-scuola, si tratta di “fare bene” la propria parte, come “servizio pubblico”. Per rispondere a questa esigenza “qualitativa”, richiesta da tutti, si deve dunque cambiare registro, anche la modalità di approccio.

Compresa la questione degli orari di cattedra dei docenti. Io non me la sento di condividere l’opinione di una indagine Censis di una decina di anni fa, che parlava per i docenti, grosso modo, di un “part-time mascherato”. Non è giusto nei confronti della stragrande maggioranza degli insegnanti che mettono cuore, competenza e passione educativa nel loro lavoro. Oltre, lo ripeto, i vincoli contrattuali, oltre le ore di cattedra.

Mi piacerebbe, ad esempio, leggere sui tanti siti dei e per i docenti della necessità di “valutare e diversamente compensare chi lavora e chi finge di farlo”. Il problema è che tutti i tentativi, sino ad ora, di realizzare questo scatto qualitativo del lavoro docente, si sono scontrati con il muro di gomma corporativo, centrato non sulla qualità, ma su un’idea di “mediocrità” del nostro lavoro. La stessa che alimenta un pregiudizio che non esiste più nel mondo del lavoro: tutti con lo stesso stipendio, con gli stessi diritti-doveri, al di là del merito. Ecco, per i lavoratori della scuola il merito sembra un tabù, mentre, lo sappiamo, è il primo valore di una società solidale. Mentre l’attuale corporativismo conservatore, che la scelta del governo paradossalmente conferma, è in realtà funzionale al dominante assistenzialismo, incapace di misurarsi sui risultati, non sulle sole intenzioni. Con la conseguenza, in passato, di gonfiare organici, moltiplicare la spesa, svalutare il valore sociale dello stesso lavoro dei docenti. Tutti dovremmo farci un bell’esame di coscienza, su questo punto.

Ora si tratta di rompere il fronte. Il modo scelto dal governo non è condivisibile, ma alla fine il fronte corporativo, del “tutti allo stesso modo”, va rotto.

Sarebbe bello che dalla “scuola reale”, e non dai corridoi ministeriali, partisse una discussione a tutto tondo sulla scuola, sulla domanda sempre più forte di qualità del “servizio pubblico”, cioè su un “servizio” inteso come concreto interfaccia con le comunità locali, cioè con la vera frontiera della vita delle nostre scuole. Oltre a quel neo-centralismo che, con la scusante del controllo della spesa, sta azzerando quanto di buono si sta facendo. Ci vuole una cultura sussidiaria, se si vuole la qualità, oltre le norme e standard nazionali, ci vogliono incentivi, risorse e adeguate verifiche. Per questo la revisione del Titolo V della Costituzione non può comportare che con l’acqua sporca venga buttato via anche il bambino.



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COMMENTI
31/10/2012 - ...Quindi! (Valentina Timillero)

Bellissimo articolo, che oltre a far capire ai non addetti ai lavori quello che sta succedendo nel Palazzo, offre una condivisibile chiave di lettura dei mali che ammorbano la scuola e che indirettamente fanno del male anche ai nostri figli. Senza maggiore libertà e autonomia (di gestione, economica, di assunzione del personale, etc.) la nostra scuola sarà condannata. Uno può essere anche un bravo insegnante, avere fascino, insegnare bene la sua materia, ma se poi grida contro la scuola privata, o riduce tutto ad una rivendicazione di tipo sindacale che prescinde dal merito (il sapere, la cultura non si vende, orrore!), quello che “vive in classe ogni mattina” - cfr. il lettore che mi precede - non basterà affatto. Perché “l’avventura educativa” di tanti, troppi docenti non è ancora divenuta giudizio politico improntato a criteri di vera libertà (educativa)? Questa è la domanda che mi pare decisiva. Il fascino, da solo, non basta.

 
31/10/2012 - Ma c'è anche chi dall'interno ci lavora! (Fabrizio Foschi)

L'idea della scuola come "servizio pubblico" è condivisibile fino ad un certo punto: troppo vicina alla asettica prospettiva del "centro civico" caldeggiata dal ministro Profumo. La scuola è un ambito in cui si realizza il fenomeno della conoscenza, per gradi e per livelli. Essa ha bisogno di insegnanti, intesi come personalità e non come funzionari o addetti alla socializzazione. Condivisibile è invece l'urgenza posta sulla valorizzazione e articolazione della professione docente. A proposito dei temi della liberalizzazione della carriera del docente, delle modalità di reclutamento che eventualmente includano la chiamata diretta delle scuole, delle forme delle governance, non è del tutto esatto che dagli stessi addetti ai lavori non provengano segnali. Come associazione Diesse siamo fortemente impegnati su questi punti, come dimostra per esempio il manifesto "Quale docente e quale scuola per l’emergenza educativa e il futuro del Paese?" (crf. www.diesse.org) che stiamo diffondendo nelle scuole in questi giorni.

 
31/10/2012 - quindi? (Gianni MEREGHETTI)

Giusta l'analisi, giustissima! Da una parte un errore grosso come un palazzo dall'altra il corporativismo, e allora? Quale strada potremo prendere? La strada per la scuola non può essere quella viziata da una questione economica, il valore delle ore di lezione non può dipendere dal fatto che si debbono recuperare 183 milioni di euro, questo è il vizio dello statalismo ma anche del corporativismo. Come uscire da questi due vizi, entrambi terribili, distorcenti la realtà? Semplice! La strada c'è già, è quella di ciò che si vive in classe ogni mattina, bisogna ripartire da lì, dal fascino dell'avventura educativa, bisogna rimettere a tema dove stia questo fascino, che cosa lo faccia permanere e crescere. Questo è il tema centrale, che cosa rende affascinante insegnare!