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EDUCAZIONE/ Il male della scuola italiana? La "grande incubatrice"

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È vero: non ha resistito alla tentazione di felicitare l’Italia per il leggero aumento del numero degli studenti universitari. Il che per me non è molto convincente, perché tutti gli altri dati dell’Italia sono preoccupanti. L inefficienza del sistema scolastico italiano balza all’occhio tranne forse che su questo punto. È stata una captatio benevolentiae!

Qual è il primo fattore di crisi del nostro sistema scolastico?

La stagnazione: non è cambiato quasi nulla in 20 anni a questa parte. Quando dico stagnazione, penso appunto all’altissima percentuale di giovani che escono dal sistema scolastico senza niente in mano (+3,8% dal 2008 al 2010, ndr). Da questo punto di vista l’Italia è a livello «greco»: quasi un quarto della popolazione giovane abbandona qualsiasi tipo di istruzione senza aver nulla di spendibile sul mercato del lavoro.

Secondo lei la formazione tecnico-professionale è la strada giusta per ridurre questa percentuale preoccupante?

Direi di no... se non altro per auspicare un cambiamento: è una opzione di cui sento parlare da anni. Il risultato, purtroppo, non è convincente: pochi investimenti, pochi casi eccellenti. Il mercato del lavoro italiano è saturo di una manodopera potenziale a buon mercato non qualificata.

Questo dipende dal fatto che il sistema scolastico non è in grado di rispondere un bisogno che non riesce a interpretare, o cos’altro?

La risposta è più complessa. In parte dipende dalla tendenza − che gli indicatori Ocse rilevano da vent’anni − dell’istruzione italiana a tenere i giovani nell’incubatrice scolastica a lungo, scimmiottando in un certo senso il modello francese e funzionando come «luogo secondo», mondo a parte, altro dal «mondo primo» che è quello del lavoro. E poi, speculare a questo primo aspetto, c’è la difficoltà dei due mondi, quello della scuola e del lavoro, ad incontrarsi e a parlarsi. Infine mi viene da supporre che il mondo del lavoro italiano, che non conosco, funzioni in un modo tale da adeguarsi alla situazione e al tipo di preparazione degli studenti. Altri Paesi − Svizzera, Germania, Danimarca − hanno promosso forme di apprendistato per i giovanissimi che a voi mancano. Anche la Francia lo sta facendo con grande fatica, in primis per ricuperare una parte del 20% dei Neet che si ritrova e poi per neutralizzare, senza dichiararlo, gli effetti dello slogan «80% di una fascia d’età con la maturità».

Lei dice che il problema è la formazione professionale, però occorre anche dire che questa è di competenza delle Regioni e di conseguenza non viene rilevata da analisi come quelle di Eag.

Questo è vero. È anche vero che adesso qualcosa si sta muovendo, so che si è deciso di potenziare molto il canale della formazione tecnica e professionale. È la strada giusta, è lì che occorre investire. Mi domando se ci siano i fondi per poterlo fare.

In Italia è in diminuzione la quota di spesa pubblica destinata all’istruzione ma è in crescita la quota di spesa proveniente da privati. È un fattore positivo o negativo?



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