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EDUCAZIONE/ Il male della scuola italiana? La "grande incubatrice"

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Per le resistenze, strenue e consolidate, contro qualsiasi tentativo mirante a oggettivare con dati empirici l’andamento dei sistemi scolastici. Vi è a monte l’idea perniciosa che quanto avviene nelle scuole non è misurabile. O che è perfino incommensurabile per natura.

C’è l’impressione che, a parte gli articoli di rito, le informazioni contenute nel rapporto non riescano ad interessare i non addetti ai lavori. Perché secondo lei?

Sono informazioni che in linea di massima non interessano alla gente perché sono difficili da capire e sono presentate spesso in uno stile molto statistico. La presentazioni dei dati è un problema scottante, sin dall’inizio della pubblicazione. Il fatto più problematico, però, è che l’opinone pubblica coltiva immagini arcaiche del sistema scolastico. Per esempio, che l’Italia è indietro ma non troppo, e che quindi, tutto sommato, sta bene lì dov’è − chi non ha difficoltà?; oppure, che i Paesi nordici sono all’avanguardia. Spiegare questa mentalità è più difficile.

Lei cosa pensa?

Chi ha figli a scuola ha una conoscenza diretta ma pratica delle scuole e lì si ferma; sa quel che vede e gli basta. Invece chi non ha figli a scuola ha il ricordo della scuola che ha frequentato tanti anni fa e con quello va avanti. In questo secondo gruppo metterei la classe politica.

In Italia il ministro Profumo vuole fare delle nuove tecnologie la leva per cambiare la scuola. È la strada da percorrere?

Potrebbero forse aiutare, ma se pensiamo alle dimensioni del sistema scolastico italiano − 800mila insegnanti, più di un milione di studenti... − vengono i brividi a pensarci. No, non si risolvono i problemi strutturali del sistema scolastico italiano, che si trascinano da decenni, con le nuove tecnologie. Per uscire dalla stagnazione serve altro.

 



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