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SCUOLA/ Quando lo scontro fra "bamboccioni" e genitori finisce in tribunale

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Genitori e figli sono diventati contendenti, parti avverse in un’aula di tribunale dove torto e ragione, diritti e doveri, vengono stabiliti in base ai dettami delle leggi e finiranno comunque per rimarcare un divario fra chi vince e chi perde, fra risarciti e penalizzati. E se potrebbe venir facile deplorare chi a trent’anni, magari al quarto anno “fuori corso”, pretende ancora di essere mantenuto invece di cercarsi un qualsiasi lavoro, è la legge 54/2006 a ribadire l’obbligo per i genitori di mantenere i figli anche maggiorenni, senza indicare un limite di età, o meglio, fino a quando non trovino un lavoro adeguato alle loro aspirazioni e al percorso formativo di studi svolto. 

E l’interpretazione della stessa norma, avvalorata dalla costante giurisprudenza della Corte di Cassazione, non sembra generalmente dar rilievo a perplessità o reticenze di un mondo adulto che i figli trentenni vorrebbe spingerli all’indipendenza, se non tagliando i viveri, almeno ridimensionando qualche pretesa o spronando ad accettare anche lavori non proprio adeguati alle aspettative, al titolo di studio, al tenore di vita da sempre garantito in famiglia. 

Un obbligo che, ammesso che in qualche caso possa rivelarsi concretamente efficace nel risolvere l’emergenza di un soggetto debole, sottolinea il trasferimento di una dinamica naturalmente carica di istintive complicità, di intesa solidale e reciproca responsabilità, proprie di un rapporto fra genitore e figlio, nella sfera di una giustizia anonima, impersonale, calibrata su un dispositivo “uguale per tutti”, automatico e imparziale, estraneo alla drammatica complessità delle relazioni umane sempre cariche di smisurate aspettative, di errori e delusioni, ma anche di imprevedibili risorse e strategie di sostegno.

In una situazione di crisi che − come si ripete spesso − ha origini antropologiche e culturali prima che finanziarie, le battaglie giudiziarie che esasperano la conflittualità nelle relazioni familiari già fragili, non appaiono certo come un segno confortante. Riflettono piuttosto, come in uno specchio, l’alienazione e il disimpegno che sono alla radice di un deterioramento dei rapporti sociali e che rischia di allontanare la ripresa invece che facilitarla. 

“La crisi ci obbliga a riprogettare il nostro cammino, a darci nuove regole e a trovare nuove forme di impegno, diventando così occasione di discernimento e di nuova progettualità” suggerisce un passaggio della Caritas in veritate. Forse anche sul fronte delle rivendicazioni di figli che credono di trovare risposta al loro disorientamento e alla loro precarietà mettendo sotto accusa i genitori, occorre archiviare le carte bollate per privilegiare altre logiche, rinsaldare alleanze spezzate,  valorizzare dinamiche di incontro e comunicazione radicalmente innovative.

 



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