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SCUOLA/ Un prof: ai giovani fa meglio Socrate di un tablet

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J.L. David, La morte di Socrate (1787, particolare. Immagine d'archivio)  J.L. David, La morte di Socrate (1787, particolare. Immagine d'archivio)

Esperienze positive ce ne sono. Penso qui alla buona consuetudine di garantire via skype agli studenti ammalati o all’ospedale un collegamento con la vita di classe. Buone cose, dunque, che sono più facili per i Tecnici ed i Professionali, per la presenza di assistenti tecnici qualificati, un po’ meno per i Licei. Ma cose da farsi comunque, con le difficoltà che sono facili da immaginarsi. Né sempre sono da supporto i docenti di informatica, oggi presenti nel Liceo delle Scienze applicate, non sempre di buon livello, perché i migliori informatici, proprio perché bravi, non scelgono oggi la scuola come proprio luogo di lavoro.

Tutto questo lo dico per ribadire una cosa, sempre nel quadro del rapporto mezzi-fini: l’informatica aiuta, ma non risolve i problemi all’interno di una scuola, come all’interno della segreteria. Non assorbe cioè tutto il concetto di efficienza. Contano prima le persone, le loro competenze, passioni, disponibilità.

Dal punto di vista didattico, infine, in che misura l’informatica aiuta? Gli apprendimenti, legati ai cosiddetti “nativi digitali”, ne sono realmente agevolati? Io non ho risposte nette. Perché da un lato so che una lavagna Lim in classe di certo può essere un ottimo strumento, ma so, dall’altra, che uno strumento è uno strumento. Socrate è diventato Socrate solo utilizzando il mezzo-parola, una parola pensata in forma dialettica, cioè come senso del domandare: per domandare so che cosa domando, ma se domando, la cosa che domando non la so. Quindi nel domandare so e non so, ma apro alla ricerca, chiedo, attraverso la ricerca, delle risposte, a loro volta convertibili in ulteriori domande: “la vita senza ricerca…”. Ecco, pensando anche alle Lim, mi viene in mente il paradigma socratico, che è il cuore educativo che non verrà mai cancellato o sostituito dall’uso, più o meno aggiornato, degli strumenti.

Non solo. Il cuore della scuola ci dice altre cose: che l’uso di una calcolatrice elettronica in matematica, per esempio, non può e non deve sostituire l’esercizio del pensiero, la fatica del calcolo, l’originalità di una formulazione, la ricerca di un termine.

Suggerisco, dunque, sempre agli studenti i quaderni di appunti, perché lo sforzo per una sintesi, rispetto ad una spiegazione, ad un testo, ad un teorema, comporta comunque un guadagno, nel cammino conoscitivo e nella costruzione di una personalità autonoma. Analisi e sintesi. Oggi, in particolare, la fatica della sintesi. Perché oggi tutti siamo più o meno bravi nelle analisi, più in difficoltà siamo nelle sintesi, nella individuazione dei punti salienti, del cuore di un problema, delle sue parole chiave. Ma una sintesi vale se anticipata da una analisi: che valore hanno gli sms dei nostri giovani, quando, invece, riducono un messaggio a pochi segni?

E chi tiene poi in conto che i ragazzi fanno oggi sempre più fatica a mettere in fila due pensieri, su un dato argomento? Chi li addestra, in questo senso, quando anche le prove orali, per le classi troppo numerose, sono fatte con esercizi scritti, magari a crocette?

Questa, ministro Profumo, è la scuola reale.



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COMMENTI
14/10/2012 - chiarimenti (Santino Camonita)

D'accordissimo con quanto scritto dal dott. Zen,ma mi sfugge un passaggio: se vale l'assioma che gli informatici più bravi decidono di fare altro ma non gli insegnanti e solo quelli più "scarsi" vanno nella scuola, allora se questo vale per tutti, a rigor di logica sono indotto a pensare che la scuola è in mano a degli ignoranti, i quali sono lì solo perché altrimenti non saprebbero dove andare. Sono certo che il dott. Zen non voleva dire questo, ma dal suo articolo emerge chiaramente questa contraddizione e mi chiedo: ma Lei è un insegnante? saluti

 
05/10/2012 - appunti, appunto (Sergio Palazzi)

Non si ripetono mai abbastanza dei concetti che dovrebbero sembrare banali. Ancora di recente ho sentito ricordare, in varie sedi e differenti contesti, che il quaderno di laboratorio (quello cucito, con le pagine numerate, compilato personalmente a penna in presa diretta, senza bianchetto, etc) è uno strumento essenziale per ogni tecnico ed ogni ricercatore. Compresi quelli forensi che vanno di moda nei telefilm [in una puntata che ho visto stasera la tenuta della documentazione era una catastrofe...]. Ma mi vedo guardare come un marziano quando dico di usarlo. Forse perché nessuno pensa che non solo un chimico, un dentista o un geometra, ma anche un linguista, uno storico o un filosofo sono tecnici e ricercatori. Per questo continuo a credere che non sia la migliore scuola possibile, quella basata solo sulla trasmissione light di informazioni ultralight e con un continuo accantonamento / superamento di quanto si è visto il giorno prima. Sarà che siamo del secolo scorso, caro Zen.