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STUDENTI IN PIAZZA/ Lo specchio di una scuola che non risponde alle "domande"

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Gli studenti hanno manifestato in varie città (InfoPhoto)  Gli studenti hanno manifestato in varie città (InfoPhoto)

Che cosa apprendere/insegnare è già dato una volta per sempre, così come l’organizzazione dell’apprendere/ insegnare. E non saranno certo le Lim a spiantare la tradizionale organizzazione della didattica. Dunque, la politica scolastica non parla ai ragazzi, se non attraverso riduzioni di servizi. Giacchè la riorganizzazione dei medesimi, che comporterebbe maggiore efficienza ed efficacia e anche minore spesa, implicherebbe la messa in discussione di interessi politici e sindacali, che i partiti si guardano bene dal proporre e che il governo tecnico, che dal voto dei partiti dipende, non può fare. Spesa complessivamente inferiore a quella dei Paesi Ocse, ma spesa malissimo.

Dunque, escono dalle scuole e dalle università forniti di scarsa conoscenza della politica scolastica e universitaria, scendono per strada, tirano qualche sasso, cercano di forzare un ingresso, proclamano slogan improbabili e a prestito, prendono qualche manganellata: insomma, che cosa vogliono!? Queste manifestazioni sono “un grido disperato di speranza”. Disperato, perché mai il Paese era giunto ad un tale livello di oscurità sul proprio futuro, ad una tale assenza di prospettive per i propri figli. La fine della Prima repubblica fu drammatica, ma non disperata. Si intravedeva già l’alba di una Seconda repubblica: l’89 e l’implosione del sistema dei Paesi comunisti, il movimento referendario, Mani pulite, la nascita della Lega parevano aver rotto la crosta terrestre e liberato energie telluriche. 

Viceversa, la crisi di questa sedicente Seconda repubblica, costituendo a sua volta il fallimento di una speranza, è disperata e basta. Solo l’8 settembre del 1943 è una data comparabile: il venir meno di un’idea di destino collettivo, di Bene comune. In questi mesi si è squarciato sotto i nostri piedi un sottosuolo fetido, da cui salgono miasmi di irresponsabilità, di avidità, di volgarità, che l’intero arco costituzionale ha rappresentato e coperto. I nostri occhi sono anche troppo cinicamente avvezzi a questi scenari e forse siamo già pronti a fornire giustificazioni ex-post. Si sa, il peccato originale colpisce tutti indistintamente; così è sempre stato e così sarà; pensare un mondo perfetto non solo è un errore, ma una bestemmia dell’orgoglio umano; è vero questo, ma è vero anche l’opposto; ci sono molte cose positive... Certo! Ma vai a spiegarlo ai ragazzi! Anche perché non fanno fatica ad informarsi su come vanno le cose altrove, dove pure “nessuno è perfetto” e dove le cose positive sono anche di più. 

Eppure, in questo grido c’è una domanda piena di speranza, che continua ostinatamente ad essere rivolta alle generazioni adulte. Il gridare è il segnale che i giovani non si rassegnano, che non accettano, che non intendono accontentarsi dello “stato di cose presente”. Si tratta di un grido lanciato nell’arena pubblica, che porta dentro molte domande, formulate in termini talora goffi e del tutto imprecisi e con metodi che talora violano non solo il galateo di Monsignor Della Casa, ma anche le regole fondamentali della convivenza civile. Il gesto più grave non sono le sassaiole contro le forze dell’ordine, ma l’aver bruciato a Palermo i fac-simile di un centinaio di schede elettorali.  



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