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STUDENTI IN PIAZZA/ Lo specchio di una scuola che non risponde alle "domande"

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Gli studenti hanno manifestato in varie città (InfoPhoto)  Gli studenti hanno manifestato in varie città (InfoPhoto)

L’autunno, da decenni a questa parte, porta le piogge e le manifestazioni degli studenti, inizio a ottobre, fine a Natale. Così parrebbe confermato, leggendo le cronache di ieri. Li ho visti passare sotto casa, una decina di poliziotti in avanguardia, dietro un centinaio di giovani con furgone al seguito, musica rock duro ad alto volume, in coda un’altra decina di poliziotti. Unica trasgressione, quella del Codice della strada, perché stavano sulla carreggiata, invece che sul marciapiede. Uno slogan poetico: “non potete fermare il vento, gli fate solo perdere tempo!”.

Che cosa vogliono? Le piattaforme, se così ancora si possono qualificare, sono un mix disordinato di questioni scolastiche (costo dei libri di testo, i fondi per Erasmus, contro la scuola privata, contro i nuovi Organi collegiali – ancora in mente Dei - contro i tagli...), di questioni sociali (lavoro e costo della vita), di questioni politiche (contro il governo dei tecnici). L’assonanza con slogan di sinistra estrema politica e sindacale potrebbe far pensare che qualcuno li organizza, li porta in piazza, li usa o si accinge a usarli. Ma non si vede dietro nessun Centro di comando, coordinamento e controllo. Oggi bastano i social network. Allora, che pensare?

La prima responsabilità delle generazioni adulte è quella di capire esattamente, senza accontentarsi, a fronte di slogan ripetitivi, della reiterazione di interpretazioni scadute.

Intanto, c’entra la scuola in tutto ciò? No. Al cospetto dei ragazzi essa è, in primo luogo, uno spazio fisico, dove possono socializzare liberamente, principalmente con i loro pari. È un buon parcheggio coperto e riscaldato, fuori dalla vita reale, un mondo a parte. Sarebbe del tutto azzardato credere che la scuola fornisca a questi ragazzi una qualsiasi ipotesi interpretativa di ciò che accade nel mondo e a loro. La vanno a prendere da fuori, in rete, per lo più. Perché anche gli adulti che vivono nella scuola se ne stanno alla larga dal mondo, incapaci di collocare l’istituzione in cui operano nel contesto sociale, istituzionale e politico del Paese.

L’istituzione è stata progettata come separata, perché lo Stato doveva svolgere la stessa funzione del Dio di Malebranche – il più noto seguace di Cartesio –: garantire l’armonia prestabilita, in questo caso tra scuola e società. Il guaio è che la società è cambiata, la scuola no. La politica scolastica è affaccendata in questioni importanti (il concorso per i dirigenti, il Tfa, il concorso per insegnanti, “la scuola in chiaro” ecc...), ma tali da neppure sfiorare la condizione esistenziale dei ragazzi. Che ogni giorno si vedono passare davanti le due ore di italiano, le due di matematica, quella di latino e via verso l’eterno ritorno prossimo venturo della settimana e dei mesi e degli anni successivi fino a 19 anni.



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