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SCUOLA/ Un prof: ecco perché il 24 non andrò in piazza

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Verso lo sciopero del 24 novembre? (InfoPhoto)  Verso lo sciopero del 24 novembre? (InfoPhoto)

Assemblea sindacale a scuola. Finalmente sentiremo, finalmente sapremo quali iniziative si intendono mettere in atto contro la proposta di Profumo. Arriviamo buoni ultimi: in altre scuole, si dice, avvampa la protesta, si è già sulle barricate, collegi dei docenti, compatti e tosti, hanno deliberato. Da noi calma piatta fino ad oggi e quest’assemblea, così tardiva, sembra quasi un atto dovuto.

I rappresentanti sindacali snocciolano il piano di protesta, che poi non è nemmeno molto originale e fantasioso: blocco di tutte le attività, comprese quelle previste dal Pof, cioè quelle (progetti e altro) nelle quali più si esplica la nostra capacità professionale, il nostro essere più di meri impiegati statali che timbrano il cartellino di ingresso e di uscita per certificare le famigerate 18 ore di insegnamento.

Si vola basso, come al solito. I sindacati volano basso, così basso che quando è stato indetto il concorsone di Profumo (vero primo attacco ai docenti, non solo precari) si sono accodati in silenzio, buoni gregari. Adesso vorrebbero mostrare i muscoli, per recuperare un po’ di credibilità. In aula magna ci sono anche i rappresentanti del personale Ata. Dopo una mezz’ora scivolano via, per riunirsi a parte. È anche logico: non sono stati attaccati frontalmente come noi docenti, non hanno, in fin dei conti, i nostri stessi problemi.

Siamo noi che non abbiamo un’identità ben precisa, e che siamo stati ridotti a passacarte. Siamo noi che, come dice infervorata una collega, regaliamo allo Stato ogni anno diciassette settimane di “lavoro nero”. Quello che ci portiamo a casa e che nessuno prende in considerazione, nessuno quantifica, nessuno riconosce. Siamo noi che (unici forse in tutto il mondo) facciamo ore di serie A (quelle riconosciute dal contratto) e quelle di serie B (la preparazione delle lezioni, la predisposizione e la correzione dei compiti che, per qualche docente, come me, raggiungono anche l’enorme numero di più di 900 all’anno).

Ma questo (che è il vero problema) non sembra essere all’ordine del giorno. C’è da deliberare sul blocco delle attività e a tutti viene un po’ il magone. Perché è vero che non siamo pagati e riconosciuti per tutto quello che facciamo; è vero che ci assumiamo responsabilità enormi (vedi quelle durante i viaggi d’istruzione); è vero che ci si chiedono sempre nuovi adempimenti che ci rubano altro tempo (ad esempio il registro elettronico). Ma è anche vero che a noi, ad una buona parte di noi, questo lavoro piace. È vero che c’è una parte di noi che ha la vocazione del missionario, per cui lavoriamo anche gratis quando pensiamo che questo sia per il bene dei nostri ragazzi. E ci dispiace, davvero, bloccare le attività.



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