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SCUOLA/ Ddl Aprea, l'autonomia è vera o fasulla?

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Annamaria Poggi ne ha già fatto l’analisi dal punto di vista giuridico-istituzionale. Eugenio Gotti ha invitato, nel suo intervento successivo, a non indulgere a posizioni massimalistiche e a valorizzare “il buon passo in avanti” verso un’autonomia effettiva, che oggi non c’è. Paola Tonna sostiene che, comunque, rimette al centro le scuole e l’intreccio tra autovalutazione e valutazione esterna delle scuole. Una novità c’è: la conferenza di rendicontazione, che può diventare un’occasione di rendicontazione sociale, come ha già sottolineato Annamaria Poggi, e perciò di collegamento con il territorio. Per il resto, l’esperienza di quest’ultimo decennio dice l’esatto opposto: che è stata la valutazione esterna a trainare − pochissimo! − verso l’autovalutazione.

In ciò, d’altronde, era consistita l’innovazione della Moratti rispetto a Berlinguer. È la valutazione esterna, via Invalsi, che ha fatto crescere, un po’ “spinte” e un po’ “sponte”, la cultura della valutazione. Quanto all’autonomia statutaria, si presenta già troppo minuziosamente definita dalla legge, che stabilisce organi e competenze. I membri esterni del consiglio per l’autonomia possono essere aggiunti, ma non hanno diritto di voto. E gli esperti del nucleo di autovalutazione? Ottima idea. Peccato che non siano pagati neanche con due fichi secchi. La verità, che Paola Tonna ricorda, è che la sinistra, ora nella maggioranza di governo, l’autonomia non la vuole, perché ha in mente il modello statale-impiegatizio del proletariato pubblico docente. Se gli insegnanti fossero dei professionisti, non ci sarebbero più i sindacati, ma le associazioni professionali. Autonomia statale-funzionale, profilo “proletario”, rifiuto della valutazione sono tutt’uno. Il pdl 953, nuova versione, non esce da questo binario. Sgradevole verità a riconoscersi, ma è lì da vedere. È una sconfitta per il fronte riformatore, ma negarla non aiuta a uscirne. Se è un pollo, non si può cambiargli natura, con la fratesca ingiunzione: “ego te baptizo piscem!”.

Le novità di cui parla Gotti sono in realtà molto... vecchie. Si tratta della superfetazione burocratica di organismi quali il consiglio nazionale delle autonomie scolastiche, la conferenza regionale del sistema educativo, la conferenza regionale territoriale. A parte i sospetti di incostituzionalità, avanzati da Anna Poggi, quel che colpisce è il riproporsi qui della filosofia della legge delega n. 447 del 30 luglio 1973, che approdò ai cosiddetti Decreti delegati, dei quali il n. 416 del 31 maggio 1974 definiva gli Organi collegiali. Oltre a quelli interni alla scuola, che il pdl 953 riprende, mutato nomine, furono previsti: il distretto scolastico, il consiglio scolastico distrettuale, il consiglio scolastico provinciale, il consiglio scolastico regionale, quale organo dell’Ufficio scolastico regionale, il Consiglio nazionale della Pubblica istruzione (Cnpi). Comunque, constatata nel giro di venticinque anni – tanti ce ne sono voluti! − l’inutilità di tali organismi, essi furono aboliti dal Decreto legislativo del 30 giugno 1999, che riformava gli Organi collegiali. Il Cnpi doveva essere sostituito da uno più snello, con un numero dimezzato di componenti. Non accadde nulla. Oggi è ancora là, ed è composto al 95 per cento di sindacalisti. È la vera Camera delle Corporazioni della scuola italiana, rappresentanza di un potente blocco conservatore, che nessun governo sedicente liberale è riuscito a incrinare. 



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