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SCUOLA/ Ddl Aprea, l'autonomia è vera o fasulla?

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L’esigenza di aprire la scuola al territorio sociale, civile, produttivo e alle sue rappresentanze istituzionali è fondata, si intende. Ma la ragione della cosiddetta autoreferenzialità delle scuole non sta nella mancanza di passerelle istituzionali tra scuola e territorio. Le inadempienze dello Stato e delle Regioni, i ritardi della Conferenza Stato-Regioni – che è ripartita solo recentemente – nell’attuazione del Titolo V vi contribuiscono. Ma la ragione di fondo è interna al sistema scolastico: l’autonomia delle scuole nasce già blindata dall’amministrazione statale-ministeriale. Si tratta di autonomia funzionale, non di un’autonomia reale. Un conto, infatti, è un’autonomia, quale decentramento controllato dell’amministrazione ministeriale, e un conto è l’autonomia quale espressione istituzionale della comunità educante e della società civile dentro e fuori le mura scolastiche. 

Ciò che impedisce all’autonomia sostanziale delle scuole di dispiegarsi in libertà e responsabilità istituzionalizzata a favore del bene comune educativo dei ragazzi è l’assetto amministrativo attuale, che fa a pugni non solo con la logica dell’autonomia costituzionale prevista dal Titolo V, ma anche con il Dpr n. 275 del 1999, non a caso rimasto lettera morta. Una ricerca della Luiss di qualche anno fa segnalava che solo l’8 per cento delle scuole aveva preso sul serio l’autonomia, sia pure nella versione funzionale. Ora, nell’originario pdl 2292 del 22 febbraio 2007 l’autonomia sostanziale era presente. Nell’attuale pdl 953 non c’è più.

Resta un ultimo interrogativo: perché alla fine, direbbe Orazio, il tutto desinit in piscem? In primo luogo, le divisioni culturali e politiche interne al governo Berlusconi così come la ricerca ossessiva della Gelmini dell’accordo con la sinistra politica e sindacale hanno paralizzato l’iter. Cambiato il quadro politico, ha avuto il sopravvento la cultura stato-dipendente della sinistra tradizionale politica e sindacale e della sinistra democristiana. Cultura che viene da lontano, dagli anni 70, e che progettò i Decreti delegati. Ma c’è stata anche una pressione specifica delle scuole autonome, riunite, in alcuni territori, in associazioni autonome. Queste hanno incominciato a rivendicare un riconoscimento nazionale analogo a quello dei Comuni – l’Anci − e a quello delle Province – l’Uppi. 

Non è qui il luogo per fare un bilancio di queste esperienze. È certo, tuttavia, che le autonomie scolastiche non hanno bisogno di un carrozzone nazionale, destinato a diventare palestra per ambizioni e manovre politico-partitiche, che con la scuola non c’entrano per nulla. Se proprio i partiti tenessero davvero all’autonomia scolastica, dovrebbero far saltare la bardatura amministrativa che avvolge il sistema educativo nazionale, piuttosto che costruirvi sopra, all’unanimità, una burocratica piramide di Cheope.

Intanto, resta che il pdl 953 del 10 ottobre 2012 va in direzione opposta rispetto al pdl 2292 del 22 febbraio 2007.

 



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