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SCUOLA/ Ugolini: per dare un lavoro ai giovani diventiamo più "tedeschi"

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Il ministro Profumo al vertice di Napoli (InfoPhoto)  Il ministro Profumo al vertice di Napoli (InfoPhoto)

Le aziende tedesche in questi giorni hanno confermato la positività di un modello in cui l’azienda investe direttamente nella formazione giovani e contemporaneamente valorizza i tecnici e gli operai più esperti, avendo la possibilità di verificare sul campo le capacità di ragazzi che potranno essere assunti e dare futuro all’azienda. La direttrice delle risorse umane di Siemens Italia ricordava che l'azienda fa 2500 brevetti l'anno, la maggior parte sono stati fatti dai tecnici e non dai loro centri di ricerca. 

E qual è il valore aggiunto di un contratto di apprendistato?

In Germania più di un milione e mezzo di giovani sono in formazione con un contratto di apprendistato. Questo contratto in Germania è la via maestra sia per acquisire una formazione tecnica e professionale all’avanguardia, sia per l’inserimento nel lavoro perché nella maggioranza dei casi si trasformano in contratti a tempo indeterminato. Le aziende tedesche ricevono sostegni sul fronte della formazione, sono supportate dal punto di vista organizzativo e sono avvantaggiate dal punto di vista del costo del lavoro come peraltro prevede la legislazione italiana.

Da noi invece quali sono i problemi aperti?

Ieri li ha elencati in modo puntuale la presidente deIla IX commissione della conferenza Stato-Regioni, Stella Targetti, indicando delle piste di lavoro. In Italia la gran parte delle aziende sono piccole, piccolissime o di medie dimensioni e vanno sostenute in un piano formativo che permetta di usare il contratto di apprendistato come uno strumento per fare “apprendere” un lavoro e fare acquisire quelle competenze che possano aiutare l’azienda stessa a crescere. Siamo all’inizio di un percorso di riordino dello statuto dell’apprendistato che si è avviato con il testo unico emanato nel 2010 dal ministro Sacconi ed è stato ripreso con forza, per la sua forte valenza formativa, dalla recente riforma sul mercato del lavoro come strada maestra per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e le Regioni devono ancora concludere l’iter con cui recepire queste norme generali. La prova di queste difficoltà sta nel fatto che i contratti di apprendistato di primo livello per i ragazzi dai 15 ai 24 anni (quelli finalizzati all’acquisizione della qualifica professionale o del diploma) sono ancora pochissimi. La stessa cosa vale per l’apprendistato di terzo livello, quello che può essere utilizzato per la laurea, i dottorati di ricerca e gli istituti tecnici superiori (Its). I 500mila contratti di apprendistato presenti in Italia sono quelli di secondo livello. Il tipo di contratto professionalizzante che prevede un orario minimo di formazione e si avvicina di più al vecchio modello. Personalmente ritengo ci sia un problema di fondo da affrontare. A differenza che in Germania, in Italia non si è ancora affermata l’idea che il contratto di apprendistato possa essere una modalità “conveniente” per l’azienda e per i ragazzi. Si è parlato recentemente della necessita di cambiare il nome a questa forma contrattuale per uscire dall’idea di “addestramento”. Penso sia sbagliato. Apprendistato deriva da “apprendere”, contiene l’idea che il lavoro sia un modo per apprendere, per fare proprio, per “prendere in mano” un capitale di conoscenza e di esperienza. È una parola che implica una “reciprocità, quella di chi desidera imparare e di chi desidera comunicare ciò che ha acquisito.

Cosa dobbiamo fare in Italia?



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