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SCUOLA/ Il tempopienismo, ovvero quanto ci costa il falso mito degli anni 70 (e non solo)

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Per cui la cura dimagrante semplice e sicuramente efficace viene ignorata: basterebbe ridurre, come in Baviera, a 45 minuti la durata di ciascuna delle trenta ore di lezione settimanali in vigore nelle nostre scuole per rendere vivibile la condizione degli studenti, introdurre e generalizzare la settimana corta, ridurre stanchezza, noia e ansia da prestazione senza eguali in Europa e contemporaneamente ridurre anche di 1/4 la spesa per stipendi. 

È incredibile la goffaggine di tutti i tentativi di ignorare e nascondere questa linea di forza. Non sarebbe nemmeno necessario diminuire il numero di occupati: il residuo di docenza settimanale, pari a 18:4= 4,5 ore per ogni docente della secondaria e 22:4= 5,5 per i maestri, consentirebbe di mettere fine al precariato ed alle supplenze esterne.

Ecco dove si può e si deve tagliare, e non dolorosamente ma beneficamente. Per evidenziare meglio la irresponsabile quanto irresistibile curva dell’aumento del tempo scuola degli alunni negli ultimi 30 anni riporto alcuni dati. Quando nelle fabbriche e negli uffici si lavorava 48 ore settimanali le ore di lezione settimanali erano 24 alle elementari e andavano da 22 a 25 nelle scuole medie ginnasiali e nei licei. Nelle scuole tecniche e professionali le ore erano 36 ma a fronte di più di 10 ore settimanali di laboratori non caricati di apprendimento astratto e di compiti. Oggi si lavora nel pubblico impiego massimo 36 ore settimanali ed il tempo scuola alunni è minimo di 30 ore.

La scuola media unificata del ’63 prevedeva 25 ore settimanali obbligatorie e 4 ore facoltative e inizio lezioni al primo ottobre. Fu nel ’79 (ministro Malfatti, governo Andreotti III) che sotto la spinta del tempopienismo l’orario, obbligatorio e uguale per tutti, fu portato a 30 ore settimanali nella scuola media. Ma non era finita, nel 1983 fu introdotto alle medie il tempo prolungato, su base volontarie delle famiglie, che prevedeva da 36 a 40 ore settimanali di aula più le ore dell’intervallo mensa. La prova che il tempopienismo era un dogma sindacale e non un desiderio di aiuto alle famiglie, sta nel fatto che nessuna scuola propose tempo prolungato di 40 ore ma tutte si fermarono a 36 con tre pomeriggi settimanali quando le vere madri lavoratrici ovviamente lavorano su 5 giorni.

La spinta tempopienista, con epicentro alle medie, si dispiegò poi alle elementari dove il tempo scuola fu portato a 30 ore settimanali e perfino alle superiori, dove l’espansione e la prospettiva Brocca indicavano in 36 ore settimanali per tutti l’ideale scolastico.

Nessuno ha confutato sul piano teorico il tempopienismo, questo è il vero guaio italico, per cui solo la fine dei soldi ha costretto prima a negare la generalizzazione obbligatoria del tempo pieno e poi ad iniziare una leggerissima erosione dei curricoli.



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COMMENTI
20/11/2012 - L'opportunità di indicare i link delle fonti (Vincenzo Pascuzzi)

Non è opportuno replicare alla replica di SB. Sarebbe però utile che l’autore indicasse le sue fonti per il contributo di comuni e province al Pil destinato alla scuola. Dovrebbero essere affidabili i seguenti dati Istat. “Ed. 2012 - NOI ITALIA. 100 STATISTICHE ….” – pagg. 2, 3 – Istruzione. In Italia l’incidenza sul Pil della spesa in istruzione e formazione è pari al 4,8% (2009), valore inferiore a quello dell’Ue27 (5,6%). Circa il 45% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha conseguito la licenza di scuola media inferiore come titolo di studio più elevato, un valore distante dalla media Ue27 (27,3% nel 2010). La quota dei più giovani (18-24enni) che ha abbandonato gli studi senza conseguire un titolo di scuola media superiore è pari al 18,8% (la media Ue è pari al 14,1%). Il 19,8% dei 30-34enni ha conseguito un titolo di studio universitario (o equivalente). Nonostante l’incremento che si osserva nel periodo 2004-2010 (+4,2 punti percentuali) la quota è ancora molto contenuta rispetto all’obiettivo del 40% fissato dalla Strategia “Europa 2020”. I giovani non inseriti in un percorso scolastico/formativo né impegnati in un’attività lavorativa sono più di due milioni, il 22,1% tra i 15-29enni (2010), valore tra i più elevati a livello europeo. Il 6,2% degli adulti è impegnato in attività formative (2010), valore ancora ben al di sotto del livello obiettivo stabilito nella Strategia di Lisbona (12,5%). http://www.istat.it/it/files/2012/01/nota-stampa-noiitalia2012.pdf

 
19/11/2012 - Omissioni, dimenticanze, qualche domanda (Vincenzo Pascuzzi)

A mio giudizio, l’espressione “santa crisi” è una bestemmia! Falsità e luoghi comuni?! Vengano elencati uno per uno, ne parliamo. Con quale parametro o criterio numerico si afferma che il numero dei docenti si è dilatato abnormemente? È forse meglio ora, dopo Gelmini, con le classi-pollaio di 35 alunni, e con la dispersione scolastica e universitaria in crescita? Il grasso eccedente nella scuola esiste?! Ma scherziamo? Affermazione irreale, al limite della follia! Nelle scuole manca perfino carta igienica, sapone, detersivi! Tutto l’articolo sa di propaganda dozzinale. Solo l’osservazione relativa alla gravosità relativa dei curricoli (1000 ore) trova appigli nei dati Ocse. Ma non c’è nessuna regola o evidenza su una relazione inversa tra gli apprendimenti e il numero di ore di lezione. Ha poi pochissimo senso selezionare un solo dato Ocse per trarre conclusioni generali. E se invece gli apprendimenti fossero insoddisfacenti in relazione alla bassa e calante percentuale di Pil assegnata alla scuola? La scuola sudcoreana è sostenuta dal 7,0% del Pil nazionale. Domande: 1) Solo Cgil è responsabile e non anche i ministri ultimi? 2) Se sì, il suo partito, la Lega non ha responsabilità, avendo sostenuto Moratti e Gelmini? 3) Sono sufficienti gli asili nido? 4) Non sarebbero opportuni doposcuola per i ragazzi con entrambi i genitori che lavorano? O stanno meglio da soli in casa? PS. Per “tempopienismo”, neologismo dispregiativo, segnalo la nota di Cosimo De Nitto su facebook.

RISPOSTA:

Gli ultimi dati Ocse disponibili confermano che il tempo scuola italiano è il più lungo d'Europa, che il tempo scuola totale dei docenti è il più corto d'Europa, che il numero di alunni per classe italico è sotto la media europea. La litania sui costi ignora completamente l'ulteriore dato Ocse che calcola la spesa italiana PER ALUNNO come piu alta della media europea: da noi è di 101mila dollari dalla prima elementare al diploma contro una media Ocse di 94.500 dollari. Molti continuano ad analizzare la percentuale di spesa sul Pil ma questo è un dato molto più complesso. Inoltre da noi costruzione, manutenzione ed arredamento delle scuole statali sono di competenza di comuni e province e quindi non appaiono sul bilancio dello stato. Dovrebbero dirlo a coloro che vanno in piazza a protestare contro il degrado delle scuole e a quelli che si lamentano della carta igienica. SB

 
17/11/2012 - Era ora che qualcuno lo dicesse (FRANCO BIASONI)

Sono pienamente d'accordo con le tesi di questo articolo, soprattutto per motivi didattici e pedagogici. Troppa scuola fa male all'educazione e all'apprendimento. Quali alunni sono in grado di seguire con attenzione cinque ora filate di lavoro scolastico in classe? Nessuno! Se non si lavora ma si è costretti a stare in classe o si fa altro o ci si annoia. In ogni caso ci si convince che la scuola è solo una fatica (quasi) inutile e si cerca di cavarsela col minimo sforzo, badando esclusivamente al voto. Troppa scuola poi mortifica nella società le altre agenzie educative che non trovano spazio per affermarsi, visto che tutto il tempo dei ragazzi è occupato. Evviva perciò in questo caso la mancanza di soldi che costringe a fare ciò che il buon senso non ha potuto ottenere.

 
17/11/2012 - evidenza lampante (alberto tondina)

sono così d'accordo, e lo sento dire così poco in modo chiaro come in questo articolo... sono quasi commosso. grazie