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SCUOLA/ Quei docenti che non cedono al fascino della "rottamazione"

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Serve il duro tirocinio del quotidiano, la capacità di “piegarsi” sul bisogno altrui, di affinare strumenti teorici e operativi, di provare e riprovare imparando anche dagli insuccessi, di operare continuamente abduzioni e aggiustamenti. Davanti all’irrepetibile che gli si palesa davanti, chi insegna è chiamato a far emergere la dimensione creativa e artistico-artigianale del suo lavoro: quel sapere pratico che è figlio anche del tempo. A Bologna lo ha mostrato una insegnante più esperta, che per rispondere ai bisogni dei suoi ragazzi si è “inventata”, insieme ad alcuni colleghi di scuola primaria, un’attività di lettura sistematica di racconti, libri, fiabe chiamati fondativi “perché cercano di trasmettere la concezione dell’uomo che sta alla base della civiltà a cui appartengono, di rispondere alla domanda «che cos’è l’uomo?». Da essi emerge la nostra natura, i valori del coraggio, del sacrificio, della lealtà, dell’amicizia”. Un’avventura scolastica fatta di riduzioni di grandi romanzi appositamente realizzate per i bambini o di letture integrali, dal Magellano di Stefan Zweig a Pinocchio, dall’Odissea al Principe felice di Oscar Wilde, con imprevedibili esiti conoscitivi e formativi. Da questa integrazione di giovinezza ed esperienza il suggerimento di non concepire la carriera docente come un unicum indifferenziato ma di pensare complessivamente la teacher education e lo sviluppo professionale. Un percorso che presenta varie stagioni e tipologie: l’insegnante in formazione, l’insegnante principiante, l’insegnante esperto, l’insegnante tutor.

Un lavorio attorno alle Botteghe dell’Insegnare. Queste ultime considerazioni ci portano a riflettere sui possibili strumenti specifici di innovazione didattica e di crescita professionale. Quello proposto da Diesse, le Botteghe dell’Insegnare, è promettente ma ancora in via di definizione: nulla di strano, trattandosi di una esperienza in fase sorgiva, segnata anche quest’anno da notevole vivacità e da un fermento di sperimentazione. Alcuni elementi sono consolidati: la Bottega non si pone come il classico contesto di formazione nel quale ci si adegua alle indicazioni dell’esperto, ma come un luogo stabile di condivisione del sapere e di maturazione della professionalità in cui si lavora sull’oggetto e sul metodo dell’insegnamento e della cultura; un ambito di conoscenza per esperienza nel quale ci si ritrova attorno alla competenza di qualcuno, come nelle antiche botteghe attorno al maestro; un luogo di ricerca del come e del perché nasce tale competenza, di sperimentazione di percorsi formativi e didattici da verificare insieme.

Tra le 17 Botteghe (di carattere disciplinare, metodologico o organizzativo) emergeva una notevole multiformità: contenuti, metodo e finalità variavano molto, al punto da fare sorgere l’ipotesi che non si trattasse di un oggetto omogeneo, ma di oggetti organizzativi e didattici ben diversi. Una multiformità legittima e voluta, che tuttavia ha bisogno di essere ripensata per capire se ci siano, tra l’univoco e l’equivoco, elementi analoghi tra i percorsi posti in essere; o se non valga la pena di differenziare operazioni culturali diverse. 



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