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SCUOLA/ Miur, quei tagli che dividono governo e Confindustria

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

2. Una crisi di risorse umane. Basta girare per gli austeri corridoi del ministero per accorgersi che dove un tempo lavoravano 4-5 funzionari per stanza, oggi spesso si trova una sola persona (anche su questo tema è intervenuta la spending review, definendo standard di riferimento per il numero di metri quadrati/dipendente…). Ma oltre a questo aspetto quantitativo, forse è ancora più grave la crisi delle competenze possedute dai funzionari e dai dirigenti Miur, personale reclutato a suo tempo per la gestione di procedure fortemente standardizzate, al 90% connesse alla gestione del personale delle scuola (docente e non): per dare in breve un’idea della complessità e dell’enormità del fenomeno, basti considerare che – nonostante si imponga alle famiglie di effettuare le scelte per il settembre successivo con 8 mesi di anticipo – l’anno scolastico comincerà in tanti casi con cattedre ancora vuote. Anche su questo aspetto un momento decisivo può essere individuato nella riforma del Titolo V, che ha riconosciuto valore costituzionale all’autonomia delle istituzioni scolastiche; ciò comporta – in modo speculare – che al ministero centrale viene richiesto di svolgere mansioni molto distanti dalle tradizionali (e rassicuranti) “procedure”: occorre un ruolo di indirizzo e “propulsione”, a monte, e un ruolo di controllo (dei risultati, non della correttezza procedurale!), a valle. 

Mentre quasi tutte le direzioni generali del Miur provengono dalla tradizione “gestionale” appena richiamata, la Dg Ifts non si è mai dovuta occupare di gestione del personale scolastico, lavorando piuttosto su come “portare a sistema” processi formativi innovativi, a livello secondario e post-secondario, in connessione con i fabbisogni del mondo produttivo e dei territori: ciò ha sviluppato capacità progettuali attente agli esiti formativi ed alla loro “messa in trasparenza” rispetto al mondo del lavoro e delle professioni. Il sistema di IeFP sopra richiamato, i nuovi percorsi degli Istituti tecnici e professionali, l’alternanza scuola-lavoro, gli Istituti tecnici superiori, i costituendi Poli tecnico-professionali sono tutte esperienze per le quali un ruolo decisivo è stato giocato dalla Dg Ifts, certamente agevolata dalla costante attenzione degli ultimi quattro ministri. 

Sarebbe quindi giunto il tempo di interrogarsi sull’adeguatezza del modello organizzativo in uso (che risale all’unità d’Italia) piuttosto che sul numero (e il nome) delle direzioni da tagliare. Ci sarebbe da discutere sulla necessità di mantenere in uso il modello organizzativo dipartimentale, che allunga ulteriormente la linea gerarchica, così come sulla previsione di una direzione generale periferica anche per Regioni con una popolazione scolastica inferiore a quella delle grandi città italiane prese singolarmente. Ma, stante l’urgenza di ridurre del 10% le direzioni generali  dell’attuale assetto, sembrerebbe poco ragionevole  adottare come criterio di selezione il  “numero di pratiche lavorate” (esempio sempre presente nelle varie ipotesi di controllo di gestione periodicamente prese in considerazione), quanto piuttosto le competenze istituzionali richieste dal contesto, presente e futuro. 

 



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