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SCUOLA/ Una prof: ecco perché il 24 farò sciopero

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Caro direttore,
rispondo all’articolo di Fabrizio Foschi pubblicato su Ilsussidiario.net lo scorso 15 novembre. Insegno Lettere in una scuola superiore di Forlì e, dopo avere letto il nuovo disegno di legge del ministro Profumo sulle 24 ore, ho capito immediatamente che si trattava di un cambiamento lesivo della dignità del mio lavoro e della libertà di esercitarlo pienamente. Così, invece che lamentarmi con i colleghi nei corridoi, ho preferito intervenire in collegio docenti, nonostante non l’avessi mai fatto prima. 

Ho sollevato il dibattito e ho descritto l’attività didattica, nei suoi aspetti quotidiani. C’è stata un’approvazione generale, perché molti avevano taciuto fino a quel momento e altri non dànno più valore al proprio mestiere. Quindi io e un’altra insegnante abbiamo proposto una mozione di protesta da inviare alla commissione Cultura di Camera e Senato e ai sottosegretari del ministro, l’abbiamo scritta insieme ad alcune mie colleghe e il dialogo che ne è scaturito è stato interessante.

Quasi tutti i colleghi l’hanno firmata. Poi ci sono state le assemblee sindacali, la più importante delle quali ha convocato tutti gli insegnanti della nostra città. La sala era piena di professori, non ne avevo mai visti tanti riuniti in nessun altra circostanza. È stato, però, presto evidente che non eravamo tutti lì per l’azione compiuta dai sindacati, ma per la consapevolezza di una professione da difendere. Infatti i sindacalisti hanno ricevuto scarsi applausi. Sono riuscita a porre due questioni: che cosa significhi insegnare e che utilità abbia per la scuola di oggi la politica contrattuale dei sindacati, che non esce dalla vecchia logica riduttiva dell’impiego statale. 

Insomma, a mio giudizio, da anni nella scuola italiana si sta configurando una nuova esperienza dell’insegnamento che ha messo radici grazie all’autonomia scolastica e che ha caratteristiche originali per ogni istituto; mi riferisco al senso di responsabilità, di creatività, di dedizione e di sacrificio che molti tra noi hanno, nonostante gli stipendi poco gratificanti. Tutto questo sta emergendo in questi giorni di agitazione, specialmente dai professori più impegnati. È stato l’inizio di un dialogo, che ho ricercato, perché per me che cosa significhi educare i ragazzi, attraverso la mia disciplina, è una domanda aperta. Ieri un professore di matematica mi ha inviato una lettera che vorrebbe distribuire ai genitori per le udienze generali del trimestre e inizia così: “Mi ritengo un privilegiato, perché faccio un lavoro che ho scelto e che mi piace molto, che ogni giorno è sempre diverso e pieno di soddisfazioni (…)”. 



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