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SCUOLA/ Adriana, Fabrizio e Alessandra "rispondono" alla Cgil e a Profumo

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Anna è entrata con poche compagne: ha scritto che «quest’aula è ancora un bel posto per me», e Mariapia sul quaderno di italiano ha raccontato che non ci si può sentire liberi solo perché si decide di non entrare: perché «nessuno è fino in fondo autonomo, e allora tanto vale scegliere di dipendere non da cosa decide la massa, ma da un valore assoluto». 

Antonella non ce la fa a credere ai suoi compagni che non studiano mai e improvvisamente «vogliono tutti salvare la scuola»: sente il desiderio di entrare e di non buttare una giornata, e non vuole che anche il suo diventi uno slogan. Ma proprio questi scioperi sono stata l’occasione per riscoprire all’ennesima potenza il suo desiderio: che tante volte non viene preso sul serio, perché magari in classe sono pochi e qualche insegnante ti fa pesare il fatto di essere entrato. Possono testimoniarlo Andrea, e anche Angela: li hanno sopportati. O Elisa e Anna, che ho visto aggirarsi alla disperata ricerca di un vocabolario di latino per poter almeno fare i compiti per il giorno dopo. 

E sì, neanche esserci basta, non basta neppure il coraggio di entrare a scuola mentre tutti manifestano. Non basta, ma questo desiderio di esserci, vissuto anziché dichiarato, è il punto di partenza più concreto e rivoluzionario che si è visto in giro. 

Ecco, gaberianamente «chiedo scusa se parlo di» Adriana, di Fabrizio, di Alessandra, di Anna, di Mariapia, di Antonella, di Piervito, di Andrea, di Vito: «certamente non è un tema appassionante in un mondo così pieno di tensione». Lo so, «ci son troppe cose che sembrano più importanti», ci sono questioni che riguardano la politica, ma a me è chiarissimo che quei ragazzi, che se ne fregano di entrare da soli, dei mormorii di compagni e insegnanti, che vanno dai loro professori a chiedere di capire meglio la matematica o l’inglese, indicano una realtà grandiosa e sconosciuta, mi spingono a un realismo più vero di ogni idea, mi svelano la vera novità che vorrei riscoprire prima di tutto io. Perché questi qui sono diversi dagli altri? Cosa mi chiedono le loro facce?

Ecco perché domani entrerò, fossi anche l’unico insegnante che non sciopera. Per realismo nei confronti di quelli che ho davanti ora (il presente conta più del futuro), quel realismo che ancora Gaber ci indica: «se sapessi parlare» di Adriana, di Fabrizio, di Antonella «avrei capito esattamente la realtà». 

Negli anni Settanta Gaber usò un nome soltanto, per sintetizzarli tutti: «Maria la libertà, Maria la rivoluzione, Maria il Vietnam la Cambogia, Maria la realtà». 



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COMMENTI
24/11/2012 - Lunedì 27 nov. cosa dirà l'autore in classe? (Vincenzo Pascuzzi)

Il tono mi sembra un po’ deamicisiano, ma è un buon articolo, che testimonia e fa riflettere. In parte condivisibile. Come il precedente del 10 ottobre 2012. Nessuno deve essere costretto a scioperare o manifestare, se non vuole. Va difesa la libertà di dissentire e vanno tutelate le minoranze. Ciò premesso, forse lunedì prossimo 27 nov., VC avrà qualche difficoltà a confrontarsi con chi – studente o docente – oggi ha manifestato. Non so se ai suoi studenti verrà consentito di esprimersi liberamente in classe. Potrebbe essere utile e sarebbe interessante conoscere le loro opinioni. Sullo stesso argomento, segnalo la lettera aperta scritta da un altro docente la settimana scorsa. Ecco come inizia: “Caro collega tipico, caro tipico insegnante italiano disimpegnato, scontento e qualunquista, ti scrivo un po’ per celia, un po’ per non morire di rabbia, dopo ventitré anni di lavoro insieme a te. Lo sai, la nostra è una delle professioni più difficili che esistono. Richiede decenni interi di studio, un aggiornamento costante, un impegno intellettuale e psichico che logorerebbe chiunque. Nessuno dei saccenti sedicenti “giornalisti” o “esperti”, che pontificano su noi Docenti, sarebbe in grado di entrare in una classe e di gestirla, aiutando 30 alunni ad imparare, ad amare la conoscenza, ad usare analiticamente e criticamente la propria intelligenza, a sviluppare le proprie potenzialità. ….” Questo il link per il seguito: http://www.retescuole.net/contenuto?id=20121124213658

RISPOSTA:

Caro sindacalista impegnato, contento e originale, che hai già deciso che io sono «disimpegnato, scontento e qualunquista», che hai già deciso che ai miei studenti non sarà consentito di esprimersi liberamente, che solo chi si schiera con te è dalla parte della storia, che ti dici da solo che sei in lotta contro il potere e fai i consigli di dipartimento proiettando sulla lim il sito di «Repubblica» e minacciando il 5 in condotta agli studenti che fanno un’attività extra mentre i docenti non vogliono, che mi guardi accusandomi di «conformismo» e «sudditanza intellettuale» perché “se non scioperi non sei dei nostri”, che accusi di questo anche i ragazzi che vorrebbero studiare e in classe chiedi loro di scendere tutti in piazza (ma tu mica c’entri con la sudditanza, tu no), visto che ci tieni tanto alla libertà dei miei alunni, ti giro la mail di una di loro: «è riuscito a fotografare l’atmosfera di queste mattinate. Lei non può immaginare la rabbia che ho provato visto che parecchi, compreso mio fratello, non sono entrati “perché era l’ambiente a decidere al posto loro”. Io voglio ancora sentirmi libera. E tantissime persone preferiscono non essere criticate per stare tranquille». Ma per te forse anche lei non capisce. Tu insisti pure nel tuo “I have a dream”, ma i casi sono due: tutti questi anni di manifestazioni o non hanno cambiato nulla, e allora finiamola; o hanno portato la scuola a essere quello che è ora, e allora strafiniamola. Lo so che hai una terza ipotesi: voi siete l’avanguardia, noi la zavorra; voi avete la verità in testa, e se tutti fossimo come voi allora sì che «saremo salvi». Vecchio pensiero, hitleriano, leniniano. Davvero lei ha il problema di cosa dirò lunedì in classe? Ma perché, lunedì volete parlare di nuovo delle proteste?! E basta! Avete avuto i vostri cinque minuti di celebrità, adesso possiamo tornare a fare italiano, latino, storia, matematica, inglese, o vi scoccia troppo? Andare in piazza è l’unico modo per sentirvi insieme ai vostri studenti? Io non chiederò le opinioni dei miei alunni sullo sciopero: farò lezione. Anche perché poi succede che, leggendo cose anacronistiche come Ariosto, qualcuno mi scrive: «Quando abbiamo letto il passo dell’Orlando furioso in cui Sacripante si lamenta soavemente, ho pensato proprio ai prof. Ho avuto l’impressione che molti di loro godano in questa situazione. Cercheranno altri pretesti per scioperare non appena si risolverà questa situazione. Ormai stiamo imparando a convivere con questo “lamentarsi sì soavemente”». Lunedì riparto dalla scuola piena di problemi ma meravigliosa che c’è. Quando vuole, le faccio conoscere migliaia di studenti e insegnanti che anziché lamentarsi stanno già costruendo: «contra factum non valet argumentum». VC

 
23/11/2012 - IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA! (Maria Rizzuto)

Martedì io e un collega abbiamo portato due classi alla narrazione teatrale R-ESISTENZE, offerta gratuitamente dal Comune di Milano e da UST Milano. Commento apparso su gruppo FB, ieri: Mi sono giunte voci che un prof si è permesso di dire: "Piuttosto che venire a scuola se ne vanno a teatro"! Io vorrei dire a quel prof che non siamo andati a farci una passeggiata, ma ben si a vedere uno "spettacolo" MOLTO IMPORTANTE che trattava un problema che affligge migliaia di donne al mondo.