BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Adriana, Fabrizio e Alessandra "rispondono" alla Cgil e a Profumo

Pubblicazione:

InfoPhoto  InfoPhoto

«Ho voluto andare ad una manifestazione: i compagni, la lotta di classe, tante cose belle, che ho nella testa ma non ancora nella pelle». Basterebbe conoscere un po’ di storia, della nostra storia recente che Giorgio Gaber ha raccontato con tanta intelligenza, per non lasciarsi ingannare dalle manifestazioni di queste settimane. Che nelle scuole arrivano ciclicamente ogni autunno, rituali come la vendemmia e le castagne, ma lasciano soltanto un cumulo di macerie. 

E che, quando non si esprimono in violenza come è successo a Roma e a Torino (del resto «ti è mai venuto in mente che a forza di gridare la rabbia della gente non fa che aumentare? Non mi devi giudicare male, anch’io ho tanta voglia di gridare, ma è del tuo coro che ho paura, perché lo slogan è fascista di natura», cantava Daniele Silvestri), diventano per qualcuno voce da far sentire nelle piazze (e a chi poi? alle panchine? alle fontane?), ossia ideologia (ma «un’idea, finché resta un’idea, è soltanto un’astrazione: se potessi mangiare un’idea avrei fatto la mia rivoluzione», continua Gaber), per la maggioranza fuga dall’impegno scolastico, giustificazione del niente, ore di noia. È con dolore che ho dovuto vedere, alle 8 di tante mattine, fuori da scuola, che in fondo quasi nessuno decideva liberamente se entrare o no: era l’ambiente a decidere al posto tuo. 

I professori che hanno bloccato le attività extra hanno usato un codice linguistico comprensibile soltanto nel mondo sindacale della scuola. Chiunque non appartenga a quel mondo, invece, quando sente che per protestare contro un ministro si tolgono dei servizi agli studenti, pur sforzandosi non riesce proprio a capire: è come se per protestare contro la Pampers io decidessi di non cambiare i pannolini ai miei figli (per un anno). Fatto sta che le lamentele hanno generato confusione, e un ritmo di lavoro singhiozzante (oltre al fatto che assemblee su assemblee non hanno nemmeno chiarito il cosiddetto ddl Aprea). La protesta potrebbe essere riassunta con le parole vecchie di un secolo di T.S. Eliot: «Essi cercano sempre di evadere dal buio esterno e interiore, sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono». 

A me pare che, così com’è impostata adesso, sia inutile «difendere la scuola pubblica» (sempre contrapposta alla scuola non statale da chi parla tanto di legalità ma forse non conosce neanche la Costituzione), perché francamente è indifendibile sotto molti aspetti. Il corporativismo dei docenti, spesso unanimemente contro (e ormai evidentemente preoccupati più di far riuscire la protesta e allargare il consenso che di ottenere qualche risultato concreto) mi pare ridicolo se anche solo penso che quasi mai, quando vado a insegnare latino in una classe nuova, trovo che l’abbiano studiato a livelli minimi negli anni precedenti. E mentre, come tanti altri sistemi, la scuola frana, non è il momento storico di sognare sistemi perfetti: adesso è il tempo delle singole persone (che forse domani ricostruiranno anche i sistemi, ma questo per ora non ci riguarda). 



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
24/11/2012 - Lunedì 27 nov. cosa dirà l'autore in classe? (Vincenzo Pascuzzi)

Il tono mi sembra un po’ deamicisiano, ma è un buon articolo, che testimonia e fa riflettere. In parte condivisibile. Come il precedente del 10 ottobre 2012. Nessuno deve essere costretto a scioperare o manifestare, se non vuole. Va difesa la libertà di dissentire e vanno tutelate le minoranze. Ciò premesso, forse lunedì prossimo 27 nov., VC avrà qualche difficoltà a confrontarsi con chi – studente o docente – oggi ha manifestato. Non so se ai suoi studenti verrà consentito di esprimersi liberamente in classe. Potrebbe essere utile e sarebbe interessante conoscere le loro opinioni. Sullo stesso argomento, segnalo la lettera aperta scritta da un altro docente la settimana scorsa. Ecco come inizia: “Caro collega tipico, caro tipico insegnante italiano disimpegnato, scontento e qualunquista, ti scrivo un po’ per celia, un po’ per non morire di rabbia, dopo ventitré anni di lavoro insieme a te. Lo sai, la nostra è una delle professioni più difficili che esistono. Richiede decenni interi di studio, un aggiornamento costante, un impegno intellettuale e psichico che logorerebbe chiunque. Nessuno dei saccenti sedicenti “giornalisti” o “esperti”, che pontificano su noi Docenti, sarebbe in grado di entrare in una classe e di gestirla, aiutando 30 alunni ad imparare, ad amare la conoscenza, ad usare analiticamente e criticamente la propria intelligenza, a sviluppare le proprie potenzialità. ….” Questo il link per il seguito: http://www.retescuole.net/contenuto?id=20121124213658

RISPOSTA:

Caro sindacalista impegnato, contento e originale, che hai già deciso che io sono «disimpegnato, scontento e qualunquista», che hai già deciso che ai miei studenti non sarà consentito di esprimersi liberamente, che solo chi si schiera con te è dalla parte della storia, che ti dici da solo che sei in lotta contro il potere e fai i consigli di dipartimento proiettando sulla lim il sito di «Repubblica» e minacciando il 5 in condotta agli studenti che fanno un’attività extra mentre i docenti non vogliono, che mi guardi accusandomi di «conformismo» e «sudditanza intellettuale» perché “se non scioperi non sei dei nostri”, che accusi di questo anche i ragazzi che vorrebbero studiare e in classe chiedi loro di scendere tutti in piazza (ma tu mica c’entri con la sudditanza, tu no), visto che ci tieni tanto alla libertà dei miei alunni, ti giro la mail di una di loro: «è riuscito a fotografare l’atmosfera di queste mattinate. Lei non può immaginare la rabbia che ho provato visto che parecchi, compreso mio fratello, non sono entrati “perché era l’ambiente a decidere al posto loro”. Io voglio ancora sentirmi libera. E tantissime persone preferiscono non essere criticate per stare tranquille». Ma per te forse anche lei non capisce. Tu insisti pure nel tuo “I have a dream”, ma i casi sono due: tutti questi anni di manifestazioni o non hanno cambiato nulla, e allora finiamola; o hanno portato la scuola a essere quello che è ora, e allora strafiniamola. Lo so che hai una terza ipotesi: voi siete l’avanguardia, noi la zavorra; voi avete la verità in testa, e se tutti fossimo come voi allora sì che «saremo salvi». Vecchio pensiero, hitleriano, leniniano. Davvero lei ha il problema di cosa dirò lunedì in classe? Ma perché, lunedì volete parlare di nuovo delle proteste?! E basta! Avete avuto i vostri cinque minuti di celebrità, adesso possiamo tornare a fare italiano, latino, storia, matematica, inglese, o vi scoccia troppo? Andare in piazza è l’unico modo per sentirvi insieme ai vostri studenti? Io non chiederò le opinioni dei miei alunni sullo sciopero: farò lezione. Anche perché poi succede che, leggendo cose anacronistiche come Ariosto, qualcuno mi scrive: «Quando abbiamo letto il passo dell’Orlando furioso in cui Sacripante si lamenta soavemente, ho pensato proprio ai prof. Ho avuto l’impressione che molti di loro godano in questa situazione. Cercheranno altri pretesti per scioperare non appena si risolverà questa situazione. Ormai stiamo imparando a convivere con questo “lamentarsi sì soavemente”». Lunedì riparto dalla scuola piena di problemi ma meravigliosa che c’è. Quando vuole, le faccio conoscere migliaia di studenti e insegnanti che anziché lamentarsi stanno già costruendo: «contra factum non valet argumentum». VC

 
23/11/2012 - IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA! (Maria Rizzuto)

Martedì io e un collega abbiamo portato due classi alla narrazione teatrale R-ESISTENZE, offerta gratuitamente dal Comune di Milano e da UST Milano. Commento apparso su gruppo FB, ieri: Mi sono giunte voci che un prof si è permesso di dire: "Piuttosto che venire a scuola se ne vanno a teatro"! Io vorrei dire a quel prof che non siamo andati a farci una passeggiata, ma ben si a vedere uno "spettacolo" MOLTO IMPORTANTE che trattava un problema che affligge migliaia di donne al mondo.