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SCUOLA/ Piccolo elogio della burocrazia scolastica

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L’idea che ciascuno possa far valere nell’insegnamento solo la propria soggettività, per quanto valida ed edificante, è insidiosa. Pertanto occorrerà difendere anche l’adozione delle famigerate griglie di valutazione, persino per le singole verifiche orali. Molti colleghi ancora storcono il naso di fronte a questa istanza, ma è un vecchio retaggio. Non si tratta di fare della griglia un feticcio, bensì uno strumento di trasparenza, necessario agli studenti per monitorare continuamente i parametri su cui sono valutati, sul perché quei valori sono più o meno importanti, e su come assestare al meglio la propria preparazione; tali strumenti non garantiscono certo l’oggettività, ma costituiscono una ponderata guida, un utile indicatore al docente nel processo valutativo, in quanto lo inducono a non caricare di eccessivo peso un singolo aspetto della preparazione a discapito di altri. 

Non perché ciò sia sbagliato in sé, ma perché può andare inconsapevolmente in direzione opposta agli stessi obiettivi formativi che l’insegnante si era posto all’origine, e può potenzialmente danneggiare l’allievo, che non sarà indotto a “riparare” i propri punti di debolezza. Infine, va precisato che il docente non rammenta quasi mai, dopo mesi di lavoro, le ragioni di una valutazione positiva o negativa, decisa in passato. In questo senso, la griglia funge anche da promemoria e strumento di verifica dei progressi o dei regressi, garantendo al docente un certo polso sul proprio lavoro.

Le cosiddette “scartoffie” non lo sono in senso assoluto. I documenti relativi alle più articolate situazioni di disabilità sono fonti di informazioni preziose. La raccolta delle attività extracurriculari svolte dagli alunni, sono pure utili per comprendere la crescita complessiva degli allievi. E perché no? Io vi aggiungerei sociogrammi o altre attestazioni relative alle dinamiche sociali. I documenti sono fondamentali (se poi fossero informatizzati ancora meglio), perché, come diceva John Dewey, “per insegnare il latino a Giovannino, bisogna conoscere il latino e Giovannino”. 

Lo scrivo pensando ai numerosi colleghi che ho incontrato in questi anni, dotati di un elevato profilo scientifico e culturale, non solo umano, ma ingiustificatamente ostili a quella che definiscono uno sterile pedagogismo o un’inutile e deleteria burocratizzazione dell’insegnamento. Il rischio opposto, però, è l’arbitrio totale, che fa tanto male alla scuola, perché gli studenti non sempre sono in grado di prevedere, sulla base del loro studio, l’esito di una verifica o il significato di una valutazione. Questo è un problema. Spesso sono dunque indotti a credere che il “voto” dipenda dalla personalità del docente o dalla specificità della relazione. Ovviamente non è così, nella gran parte dei casi, ma ne vanno resi consapevoli gli studenti attraverso una continua condivisione dei processi di insegnamento-apprendimento. Senza eccedere nel senso opposto, per cui tutto si ridurrebbe a macchinosa ripetizione di procedure, rivendico fortemente il valore di trasparenza, democraticità e intersoggettività,che la documentazione pedagogica non garantisce ma favorisce. 



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COMMENTI
24/11/2012 - Se questo fosse un mondo perfetto (Sergio Palazzi)

Ho pensato parecchio a cosa non mi torni di questo discorso apparentemente molto condivisibile. A perché mi suoni così stonato. Perché somiglia troppo ad una scuola ad indicatori astratti, da test con la schedina? Perché basterebbe un collega sciatto che scrivesse le crocine a casaccio per invalidare l'utilità del lavoro di un consiglio? Perché troppo spesso un percorso formalizzato viene stilato a maggioranza in qualche riunione affrettata, con le voci che si alzano e metà che guardano l'orologio scalpitando finché il dominus (o domina) dell'assemblea fa passare la propria versione, contro cui poi tutti mugugneranno e nessuno l'adotterà realmente? Perchè potrebbe funzionare solo se fosse uno strumento volontario in cui nessuno va a ficcare il naso per "spiegarti le tue idee"? Perché penso troppo a rivedere e correggere il mio lavoro in funzione della classe che ho davanti nel trascorrere delle settimane, piuttosto che conformare la classe a quel che volevo pensare di loro ad inizio anno prima di conoscerli veramente? Magari solo perché sono un inguaribile individualista troppo pieno dei propri dubbi per poterli intrecciare a quelli degli altri, perché no. Non lo so, vale sempre l'obiezione del vecchio Clint, che mi torna in mente di fronte a belle idee troppo sconnesse dalla grigia realtà: se questo fosse un mondo perfetto, questi strumenti sarebbero formidabili. Ma se questo fosse un mondo perfetto, non ce ne sarebbe bisogno.