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SCUOLA/ Piccolo elogio della burocrazia scolastica

Può un professore, seriamente impegnato nelle sue materie, difendere la “deriva” burocratica che ha travolto negli ultimi anni la scuola italiana? Lo fa CARLO SCOGNAMIGLIO

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Può un professore di filosofia, didatticamente immerso nelle letture hegeliane e in approfondimenti sul neoplatonismo, difendere la cosiddetta “deriva” burocratica che ha travolto negli ultimi anni la scuola italiana? Sì, lo può, e a buon titolo, perché l’insofferenza diffusa, tra molti insegnanti, per documenti di programmazione, formulazione degli obiettivi e griglie di valutazione è sintomo talvolta di una concezione antidemocratica dell’educazione. 

Mi spiego. Fatta salva la necessità di evitare ogni sorta di idolatria della tecnica, e dunque pure del tecnicismo didattico-pedagogico, non ci si può a lungo nascondere dietro lo schermo del rapporto individuale con la classe, o della libertà di insegnamento, che qui non è messa in discussione. Stilare una programmazione dettagliata all’inizio dell’anno non è solo un obbligo tedioso, che purtroppo si tende spesso a ottemperare ripetendo per ciascun ciclo scolastico la medesima formula. Ma è un compito delicato, e importantissimo. Prima di un viaggio occorre predisporre accuratamente mappe, prenotazioni e pianificazione logistica. Certo, chi parte “all’avventura” ha maggiori probabilità di provare intense emozioni, ma il rischio è pure quello di imbattersi in avversità, mancare per imperizia organizzativa dei mezzi necessari, e, non ultimo, rimanere insoddisfatti del viaggio. 

Ora, qui non si tratta di fare i turisti. L’impresa educativa è più di un viaggio, e al di là della retorica sui “ragazzi”, va compreso che l’insegnamento è un compito sociale, che va assunto con la dovuta deontologia e passibile di controllo (anche qualora questo controllo non dovesse esistere, va sempre presunto, come forma di self-monitoring). Dunque una corretta predisposizione del programma iniziale, non solo per quel che concerne i contenuti – che anzi sono più facilmente gestibili, perché variano inevitabilmente in base al feedback della classe e all’andamento dell’anno scolastico – ma in particolare con una esplicitazione delle metodologie didattiche scelte, con i sistemi di verifica privilegiati e i criteri di valutazione (misurati sulla scorta di ancor più dettagliati obiettivi) è uno strumento fondamentale, per almeno tre motivi.

In primo luogo, l’insegnante redigendo il documento di programmazione fa mente locale su tempi e procedure, verifica con sé stesso l’utilità dell’idea adottata in passato ed è maggiormente indotto a introdurre varianti. Secondariamente, condivide con gli altri docenti e con gli studenti la trasparenza nelle procedure e nelle finalità, il che favorisce il lavoro in team, pratica che alcuni docenti tendono a eludere (spesso proprio i più capaci) in virtù di un individualismo comprensibile ma dannoso. Infine, il dettaglio nella programmazione è determinante per l’intersoggettività del lavoro. L’arrivo di un sostituto, in mancanza di questo materiale (in cui spesso è inserito anche un bilancio iniziale sulla classe) è mutilato.


COMMENTI
24/11/2012 - Se questo fosse un mondo perfetto (Sergio Palazzi)

Ho pensato parecchio a cosa non mi torni di questo discorso apparentemente molto condivisibile. A perché mi suoni così stonato. Perché somiglia troppo ad una scuola ad indicatori astratti, da test con la schedina? Perché basterebbe un collega sciatto che scrivesse le crocine a casaccio per invalidare l'utilità del lavoro di un consiglio? Perché troppo spesso un percorso formalizzato viene stilato a maggioranza in qualche riunione affrettata, con le voci che si alzano e metà che guardano l'orologio scalpitando finché il dominus (o domina) dell'assemblea fa passare la propria versione, contro cui poi tutti mugugneranno e nessuno l'adotterà realmente? Perchè potrebbe funzionare solo se fosse uno strumento volontario in cui nessuno va a ficcare il naso per "spiegarti le tue idee"? Perché penso troppo a rivedere e correggere il mio lavoro in funzione della classe che ho davanti nel trascorrere delle settimane, piuttosto che conformare la classe a quel che volevo pensare di loro ad inizio anno prima di conoscerli veramente? Magari solo perché sono un inguaribile individualista troppo pieno dei propri dubbi per poterli intrecciare a quelli degli altri, perché no. Non lo so, vale sempre l'obiezione del vecchio Clint, che mi torna in mente di fronte a belle idee troppo sconnesse dalla grigia realtà: se questo fosse un mondo perfetto, questi strumenti sarebbero formidabili. Ma se questo fosse un mondo perfetto, non ce ne sarebbe bisogno.