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SCUOLA/ Un'ora di lezione in "compagnia" di Edith Stein e don Giussani

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In tutti e tre i casi c’è una rinuncia ad aprirsi, a giudicare, ad interrogarsi, a mettersi davvero in gioco, alla ricerca della verità. Su questo terreno giunge come una schiacciasassi chi addomestica l’inquietudine del cuore del giovane, con la formuletta che tanto, in base al relativismo (dato come il termine positivo dell’evoluzione del pensiero umano), alla verità non si arriva mai.

Ma torniamo a quell’ora in prima liceo. Dovevo, come si dice, “metterci una pezza”, cogliendo l’occasione offertami da quella circostanza. E allora ho detto ai ragazzi che si può superare quel senso di disorientamento e uscire arricchiti anche da quell’esperienza, se solo si trova un criterio in base al quale giudicare quello che ci viene detto. E il criterio qual è? È quello delle esigenze costitutive che abbiamo dentro, a partire proprio dal bisogno di verità, vale a dire, cito Costantino Esposito, “che dentro ogni necessità o problema si evidenzia una domanda irriducibile di perfezione, di felicità, di bellezza, di bene e di giustizia”.

Il criterio è in questo speciale software con il quale siamo stati tutti programmati e che ci fa uguali a un uomo vissuto tre millenni fa o che vive a trecentomila chilometri di distanza. Il relativismo abolisce il problema della verità? È come dire ad un assetato (e con la pretesa di un dogma) che non esiste una fontana per placare la sete. Si può vivere in modo gaio a partire da questa prospettiva? È una posizione, questa, che corrisponde al mio essere uomo? Devo ritenere definitivamente chiuso e risolto il problema, senza degnare di una minima considerazione altre ipotesi? Bisogna imparare a farsi queste domande, per nulla scontate.

Penso che per i ragazzi sia stato utile questo momento. Per lo meno, stavolta non sono stati lasciati soli davanti allo smarrimento generato dall’incontro-scontro di due posizioni. È stato proposto loro un criterio di giudizio che li può coinvolgere direttamente. E, almeno lo spero, è stata salvata la fondamentale domanda di verità, che troppo spesso viene troncata e falciata con gelida e sommaria violenza.

 



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