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SCUOLA/ Tfa, la "macchina" si è inceppata: ecco chi la blocca

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Quattro proposte − 1. Task force per il coordinamento e l’attuazione del Dm 249/2010. Ci pare più che mai necessario istituire una vera e propria task force sull’attuazione del Dm 249/2010, evitando di attribuire la funzione di regia a chi ha già altro di cui occuparsi. Il gruppo di lavoro dovrebbe a nostro parere risultare da una compartecipazione fra il Dipartimento per l’istruzione e il Dipartimento per l’università, di cui facciano parte accademici, insegnanti, dirigenti scolastici e studenti Tfa (basterebbero 2-3 esponenti per ciascuna delle 4 categorie) che abbiano però competenze specifiche e documentate su tirocinio e formazione degli insegnanti. Il gruppo di lavoro, coordinato da chi nell’amministrazione scolastica conosce a fondo e ha seguito fin dall’inizio la costruzione del Dm 249/2010, avrebbe il compito di seguire da vicino questa vicenda, con una agenda serrata e prioritaria (non subordinata ad altre urgenze). Ciò anche in vista delle prevedibili difficoltà di avviamento, che certamente emergeranno durante le prime esperienze. 

Un gruppo capace di lavorare in presenza e a distanza, in videoconferenza, in multitasking, con condivisione di documenti cloud, come ormai chi lavora attento all’efficienza dei processi di condivisione e decisionali sa fare da tempo. Un team istituito a livello centrale, ma che abbia strette relazioni con gli uffici periferici e i referenti negli Usr. 

Per fare questo è necessaria una forte volontà politica, un atto dispositivo del ministro e una scelta oculata di persone veramente qualificate.

2. Decreto (o decreti) per stabilire i contingenti di Tc e To per mettere i Cct in condizione di insediarsi − È indifferibile trovare il modo di risolvere il problema della mancanza del decreto/dei decreti che stabiliscono i contingenti di Tc e To elaborando una formula corretta sul piano della legittimità, che consenta alle università che già sono pronte di insediare i Cct, senza dover aspettare chi è in grave ritardo e senza correre il rischio di compiere atti invalidi. 

Un solo decreto o più decreti? L’ufficio legale del Ministero può certo investire qualche risorsa su questo problema.

3. Si dia una scadenza entro la quale completare le procedure − Così come si fece con la Nota 5 agosto 2011, protocollo n. 81, che stabilì, tranchant, un termine entro il quale inserire, nella sezione Rad della banca dati dell’offerta formativa, le proposte di istituzione dei corsi del Tfa, si ponga anche ora un termine entro il quale le università debbano: a) aver concluso le operazioni di selezione dei tirocinanti; b) aver completato le selezioni dei tutor coordinatori (e dei tutor organizzatori); c) aver insediato i Cct e attivato i corsi. Opportuno forse stabilire un termine entro il quale chi è oggi in ritardo, e nell’impossibilità materiale di rispettare i termini fissati, possa mettersi in pari. La scadenza data con la nota prot. n.81 del 2011 diede un’accelerazione a tutte le procedure in quella fase ancora in ritardo. Un dispositivo simile potrebbe, oggi, conseguire risultati ugualmente urgenti.

4. Raccolta dati e monitoraggio da subito − Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo: è assolutamente prioritario organizzare da subito un sistema di raccolta dati e valutazione di cosa sta accadendo, del perché è accaduto, di dove i processi vanno migliorati, in modo da avere in funzione un monitoraggio dell’esperienza. 

 



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COMMENTI
26/11/2012 - In realtà è tutto chiaro... (Giorgio Israel)

Il TFA, nello spirito del regolamento, è un corso universitario svolto in collaborazione con le scuole, promosso da una facoltà (ora "scuola") universitaria e che risponde ad essa. Il Consiglio del Tfa risponde quindi del suo operato alla facoltà proponente, come un corso di laurea. Solo che prevede una composizione mista università-scuole. Questo non piace ad alcuni (non è, non deve (sic) essere), a tutti coloro che non vogliono rispondere del loro operato ad alcuno e amano le istituzioni autoreferenziali. Per questo, fin dall'inizio è stato fatto di tutto e di più, prima per bloccare il regolamento, e poi per snaturarlo, sbocconcellarlo, depotenziarlo da ogni lato. E, in buona misura, ci si è riusciti, per cui ora si è in presenza di un pasticcio pieno di contraddizioni, difficilmente gestibile e confuso. Chi è responsabile di questa situazione? Tutti coloro che in tre anni hanno condotto una guerriglia di stile vietnamita (si veda la mia intervista sul Sussidiario che racconta queste vicende). Tra costoro anche chi ha portato avanti il grottesco obbiettivo di creare una nuova figura istituzionale (accademica...) il supervisore come professione, e non come funzione temporanea; secondo una classica tradizione di corporativismo all'italiana, per cui, se si è fatto lo scrutatore di seggio tre volte si pretende il ruolo a vita di scrutatore, mettendosi il titolo sulla carta da visita.