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UNIVERSITA'/ Anvur, valutazione, concorso: il doppio cortocircuito della "riforma"

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Ma torniamo alla “mediana”. Si tratta di un criterio di pura produzione ministeriale e di pedissequa e peggiorativa applicazione Anvur. Esso non trova infatti alcun fondamento nella legge.

Ma, soprattutto, parte dall’«idea coatta» (resistente a ogni ragionevole considerazione della realtà, per quanto pazientemente prospettata) che sia possibile distinguere tra docenti “di pregio” e docenti “di minor pregio”, secondo la linea di demarcazione tra un quadrante superiore e un quadrante inferiore di identica dimensione, linea definita, per le aree umanistiche, con riferimento esclusivo al numero delle pubblicazioni. Gli esiti sono paradossali: supera, per esempio, la prima mediana chi, nel decennio, ha scritto piccoli pamphlet di qualità mediocre, e non chi ha scritto un solo poderoso trattato su un tema di fondo.

Ora, non è dato prevedere verso quale destino le stelle avverse trascineranno l’Anvur. Ma i guasti sono già stati prodotti. E sarà lungo e difficile porvi rimedio. La distorsione più evidente è derivata dal cortocircuito tra valutazione Anvur e concorsi. Sia il reclutamento dei commissari sia la valutazione dei candidati a conseguire le idoneità è stata definita – esclusivamente per i primi, prevalentemente per i secondi – in ragione del superamento della mediana, cioè su base quantitativa e numerologica.

Ne è derivato un immediato riflesso conformativo nei candidati. È stata messa in opera un’interessante gamma di espedienti, intesi a rendere la propria produzione compatibile con i parametri Anvur: aggregazione di articoli di rivista in volume o, viceversa, disaggregazione di un volume in articoli di rivista (federalismo editoriale); trasformazione di capitoli di opere monografiche in monografie autonome, grazie a qualche lievitazione espositiva e soprattutto all’opera sapiente del tipografo (editoria per gemmazione); “brevi monografie” allestite in tempi impossibili, presentate al solo fine di “superare la mediana”, ma non comprese nell’elenco dei lavori da sottoporre alla valutazione dei commissari (tecnica del doppio binario); manuali che hanno cambiato editore per essere presentati come monografie “nuove” (editoria del mercato concorrenziale); commenti a sentenze risalenti a molti anni addietro (editoria per riesumazione); assalto alle riviste telematiche per pubblicare piccoli lavori (alcune riviste hanno resistito e conservato in atto i referee; altre no, approvando la pubblicazione ad horas). 

Lavori che ovviamente non hanno avuto alcuna circolazione nella comunità scientifica. Tutto ben prevedibile, e previsto, se si considera l’inusitata lunghezza del termine che i bandi hanno assegnato ai candidati all’abilitazione per presentare domanda, con facoltà di allegare gli scritti prodotti fino alla data di scadenza. Sia chiaro: tra coloro che hanno messo in opera certe pratiche molti sono studiosi validi, che, in tempi di normalità, avrebbero ottenuto l’abilitazione. Ma ora disperano, a ragion veduta, di poter ottenere una valutazione qualitativa e di merito, e temono di essere superati dai meno operosi ma più disinvolti.

E non è certo questa l’unica perversione che il sistema subisce per mano di chi ambiva moralizzarlo. Infatti, non v’è solo il cortocircuito valutazione-concorsi, ma anche quello valutazione-concorsi-riforma dell’università. Il quale si produce per la previsione della “lista aperta” degli idonei. In realtà quello in atto non è neppure, a rigore, un vero concorso, se per concorso deve più propriamente intendersi la competizione tra candidati a coprire un numero prestabilito di posti.



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